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Mercoledì, 19 Gennaio 2022
Cronaca Fasano

Sequestro, il pm chiede maxicondanne e bolla le false testimonianze

FASANO - Ha picchiato duro il pubblico ministero Lino Giorgio Bruno nei confronti delle sei persone che tra il 17 e 18 settembre del 2008 sequestrano, picchiarono e minacciarono

FASANO - Ha picchiato duro il pubblico ministero Lino Giorgio Bruno nei confronti delle sei persone che tra il 17 e 18 settembre del 2008 sequestrano, pestarono e minacciarono P.V., tossicodipendente di Pescara, che già l’8 agosto dello stesso anno era stato accoltellato ad una gamba da tre sconosciuti in piazza Santo Spirito, nella città abruzzese. Complessivamente ha chiesto 167 anni di carcere.

Così suddivisi: 32 anni per Mario Donnarumma, nativo di Torre Annunziata, legato alla famiglia camorristica degli Gionta (oltre a 1.500 euro di multa); 27 anni a testa di reclusione per Sante Pantaleo, ventenne di Pezze di Greco, Filippo (23) e Claudio Russo (21), fratelli, di Montalbano di Fasano (oltre a 500 euro di multa per Pantaleo e Claudio Russo e 400 per Filippo Russo); 26 anni ciascuno di carcere per Francesco Pinto, 22enne, e Pietro Liuzzi, 26enne di Montalbano (400 euro di multa a testa). I sei imputati sono detenuti. Provvedimenti restrittivi confermati dal Tribunale del riesame e dalla Cassazione.

Il pubblico ministero ha sgomberato subito il campo: “Sono tutti responsabili del sequestro di persona, anche se nel corso delle indagini hanno cercato di confondere le acque con la storia che era stato ideato dallo stesso P.V. per farsi dare soldi dalla sua famiglia. Non ci sono dubbi, la squadra mobile di Brindisi li colse in flagranza. Ci sono tante e tali prove oggettive, oltre alle conversazioni telefoniche. Ma sarò costretto ad occuparmi diffusamente della posizione di Pinto e Liuzzi anche se hanno avuto un ruolo minore. Posizioni che non avrei affrontato se in sede processuale, data l’evidenza della responsabilità, fosse stato chiesto il rito abbreviato invece di portare testi falsi. Per me questa è un’anomalia, ma ovviamente ognuno si assume la responsabilità delle proprie scelte difensive”.

Lino Giorgio Bruno ha picchiato duro. Intanto ha chiesto la trasmissione alla Procura della Repubblica degli atti relativi agli interrogatori di Maria Soleti, fasanese (madre di Pinto), e di Angelo Mola, altro teste, entrambi ritenuti responsabili di falsa testimonianza.

Il sequestro di P.V. ebbe inizio nella tarda mattinata del 17 settembre. Il giovane, consumatore di droga, soprattutto cocaina, aveva un debito di 15mila euro con Donnarumma, spacciatore sulla piazza di Pescara (“come viene confermato da altra inchiesta giudiziaria”, ha sottolineato il pm). Quella mattina fu chiamato dal campano e gli diede appuntamento vicino ad un bar. Il giovane pensava che gli dovesse chiedere di saldare il debito e portò con sé mille euro per dare un anticipo.

Ma non era questo il motivo. Donnarumma era assieme a due fasanesi: Filippo Russo e Sante Pantaleo.  Gli propose un abbuono di tremila euro sul debito se, con la sua Renault Coach, li avesse accompagnati a Fasano dove avrebbe dovuto ritirare alcune armi.

P.V. accettò. Partirono alla volta di Fasano. Dove arrivarono verso le 21,30/22 del 17. Percorsero molta strada prima di arrivare ad una masseria abbandonata in territorio di Montalbano. Giunti alla masseria, in auto rimasero P.V. e Pantaleo. Arrivò anche una Punto con altre due persone a bordo. Dopo circa un’ora P.V. fu portato dentro da Pantaleo. Lì c’erano gli altri. Lo picchiarono, lo minacciarono con una pistola, gli legarono mani e piedi con del nastro adesivo. Inviarono un sms al telefonino della madre di P.V. con il quale chiedevano denaro.

Volevano cinquanta milioni: quindici per il debito, il resto per interessi. P.V. dice che i suoi non hanno denaro. La notte trascorre senza intoppi. I sequestratori del posto – è sempre la ricostruzione fatta dal pubblico ministero – trovano una casa dove trasferire l’ostaggio. E’ a Torre Canne, lungo la centralissima via del Faro. Viene incappucciato, ma P.V. fa in tempo a scorgere la Punto di Pietro Liuzzi a bordo della quale viene condotto nel nuovo covo.

Lì avviene un fatto imprevisto. P.V., libero dai legacci, riesce a impossessarsi di un telefonino e chiama la madre, a Pescara, alla quale dice dove si trova e di avvisare la polizia. La donna chiama la Mobile del capoluogo abruzzese, la quale mette in moto la Mobile di Brindisi. Attraverso il cellulare viene localizzata la zona.  In pochi minuti è circondata e i poliziotti guidati dal vice questore Francesco Barnaba vi fanno irruzione.

Dentro ci sono P.V., Donnarumma, Filippo Russo e Sante Pantaleo. Quest’ultimo prima confessa e poi, nel corso del processo, il 4 febbraio scorso, ritratta. Dice di avere confessato perché costretto a suon di botte dai poliziotti della Mobile. Questo, secondo l’imputato, avviene durante un interrogatorio, mentre in una stanza attigua si trova il magistrato inquirente che attende la confessione.  Pinto e Liuzzi vengono presi dopo poche ore, mentre Claudio Russo si costituisce.

“Una ritrattazione risibile”, l’ha definita il pubblico ministero. Che aggiunge: “Il quadro è sempre stato molto chiaro, mai offuscano né prima né dopo la conclusione delle indagini, le uniche ombre sono stati gli escamotage difensivi cui abbiamo assistito”.

Subito dopo la requisitoria del pubblico ministero hanno preso la parola gli avvocati Mino Lombardi, che difende i fratelli Russo assieme a Gianvito Lillo, e Umberto Sforza che difende Pietro Liuzzi (assieme all’avv. Marcello Zizzi). Quindi il processo è stato aggiornato. La prossima udienza sarà dedicata agli interventi degli avv. Sforza, Zizzi, Lillo e Vito Epifani (per Donnarumma) e subito dopo il tribunale si riunirà in camera di consiglio per la sentenza.

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