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“Sparammo a bruciapelo, qui sta la guerra: un altro po’ muori”

Conversazioni in auto tre giorni dopo la prima sparatoria avvenuta il 13 settembre: chiesto l’intervento di Donato Borromeo per riportare la calma tra il figlio e Ferrari. Movente riconducibile alle accuse per la rapina alla gioielleria Ipercoop e all'incendio di una villetta e di un'auto. Altri indagati coperti da omissis

BRINDISI – “Noi una sera sparammo a bruciapelo, gli feci l’auto buchi buchi, poi mi inseguirono i carabinieri”. E ancora: “Qui sta la guerra e quelli camminano in centro come se niente fosse”.

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I gruppi, le armi e le intercettazioni

Le intercettazioni ambientali costituiscono i gravi indizi di colpevolezza raccolti nei confronti dei brindisini arrestati dagli uomini dell’Arma perché ritenuti coinvolti nello scontro tra due gruppi, iniziato il 13 settembre scorso: Antonio Borromeo, considerato il leader del gruppo la cui composizione è ancora in fase di definizione, motivo per il quale i nomi degli indagati, al momento, sono stati coperti da omissis; Antonio Lagatta dall’altra parte, a capo della fazione della quale avrebbe fatto parte Michael Maggi, Claudio Rillo, Diego Pupino e Angelo Ferrari, padre di Christian Ferrari. Quest’ultimo, stando agli episodi di cronaca, sarebbe stato il primo bersaglio di Borromeo la notte del 13 settembre: furono esplosi colpi di kalashnikov contro la palazzina in piazza Raffaello, quartiere Sant’Elia, in cui il giovane era rientrato per un permesso premio di 36 ore, dalla comunità nella quale era ristretto ai domiciliari dopo l’arresto per la rapina da centomila euro alla gioielleria Follie d’oro dell’Ipercoop, avvenuta il 3 dicembre 2014.

La rapina alla gioielleria Ipercoop

BORROMEO Antonio, classe 993-2La rapina con la successiva confessione del solo Ferrari, condannato a quattro anni e otto mesi, è da considerare un primo motivo alla base dell’astio perché nelle dichiarazioni rese in sede di Riesame, il giovane non aveva mai scagionato Sinisi, condannato a sei anni e sei mei in primo grado,  assieme a Francesco Colaci, l’unico a essere libero, e Antonio Di Lena. Sinisi è fratello di Antonio Borromeo. Mai trovato il bottino.

Secondo la ricostruzione evidenziata nell’ordinanza di custodia cautelare, a sparare sarebbe stato Antonio Borromeo  assieme “a complici allo stato rimasti ignoti”.  La risposta immediata la diede Angelo Ferrari, prendendo di mira l’auto di Borromeo. Ammissione che l’uomo ha fatto conversando con una persona in auto, mai pensando di essere intercettato.

L'incendio dell'abitazione estiva e dell'auto

La conversazione è stata “sentita” tre giorni dopo la sparatoria e ha permesso di scoprire che la famiglia Ferrari nel mese di marzo 2017 era stato bersaglio due volte: il 25 marzo c’era stato l’incendio dell’abitazione estiva della madre di Christian Ferrari e dell’auto del fratello Anthony. FERRARI Angelo, classe 1967-2“Mio figlio di quel fatto della casa, non se l’è fatta scendere”, dice il padre. “Ci sparammo a bruciapelo, una sera, gli feci la macchina a buchi”. Ammette anche di essere riuscito a fuggire e di non essere stato subito identificato sia perché le telecamere della zona non erano in funzione, sia perché non uso la sua di auto. Nessuno dei due, padre e figlio, disse nulla ai carabinieri. E di questo si era “compiaciuto Sinisi il giorno successivo parlando con i suoi familiari nel corso del colloquio in carcere, a Lecce”. In questa occasione Sinisi avrebbe anche rimproverato il fratello: “Ma che cavolo hai combinato”. E avrebbe incaricato il padre di mediare.

La mediazione di Donato Borromeo

Donato Borromeo-3-2Per cercare di mettere fine al “conflitto” sarebbe stato chiesto l’intervento di Donato Borromeo, padre di Antonio Borromeo, di recente condannato in Appello per tentata estorsione mafiosa dopo l’incendio a un chiosco di fiori nella zona del nuovo cimitero di Brindisi, assolutamente estraneo in questa vicenda. Non è indagato. Circostanza emersa anche da una conversazione ambientale intercettata nell’auto in uso ad Angelo Ferrari: questi sosteneva di essere stato “contattato con un Sms da una persona di nome Donato che lo convocava presso la sua abitazione”.

L’incontro in effetti c’è stato a casa di Donato Borromeo, tra Angelo Ferrari e Antonio Borromeo: quest’ultimo avrebbe accusato Ferrari di “aver cominciato per prima”. E Ferrari: “Meno male che sta tua padre, altrimenti ti stavano piangendo perché tu hai fatto il grande sbaglio della tua vita”. Borromeo padre avrebbe “cercato di riportare la calma tra le famiglie, rimproverando il figlio”. Ma la guerra è andata avanti.

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