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Un alcolista brindisino si racconta: “La mia battaglia per uscire dal tunnel”

"Bisogna perseguire un obiettivo, aprirsi con amici e famigliari e non rintanarsi in casa. Solo così si può affrontare il demone dell’alcolismo”. Marco, 50 anni, combatte da anni contro la dipendenza da sostanze alcoliche. In alcune occasioni è riuscito a stare lontano dal bicchiere per qualche mese, salvo poi ricascarci nuovamente

BRINDISI – “Bisogna perseguire un obiettivo, aprirsi con amici e famigliari e non rintanarsi in casa. Solo così si può affrontare il demone dell’alcolismo”. Marco, 50 anni, combatte da anni contro la dipendenza da sostanze alcoliche. In alcune occasioni è riuscito a stare lontano dal bicchiere per qualche mese, salvo poi ricascarci nuovamente. Adesso sta cercando con tutte le sue forze di venirne fuori e ha voluto raccontare la sua storia a BrindisiReport. “Spero che la mia esperienza – dichiara Marco – possa essere di aiuto alle tante persone che non riescono a fare a meno dell’alcol”.

C’è un evento che gli ha fatto scattare questa molla. Quale? L’incontro con i poliziotti della Squadra mobile. Gli agenti avevano raggiunto la sua villetta nelle campagne di Brindisi nell’ambito di un controllo presso le abitazioni in cui sono legalmente custodite delle armi. Nel presentarsi a casa di Marco, che risiede insieme alla madre e al padre (proprietario di un paio di fucili), si sono imbattuti in una difficile situazione famigliare. Erano evidenti i segni di disagio manifestati dallo stesso Marco e dai suoi genitori. I poliziotti, una volta completato il servizio, avrebbero potuto andarsene come se nulla fosse. E invece si sono fermati a conversare con il 50enne, facendo luce sulla sua problematica. Grazie anche a quell’incontro, Marco per alcune settimane ha accantonato vino e birra. Da qualche giorno, però, la dipendenza si è rifatta viva.

Ma come è sprofondato in questo incubo? “Sono un piastrellista. Il mio percorso da alcolista - racconta Marco - è iniziato quando avevo 25 anni, con una birretta o un bicchiere di vino come aperitivo, dopo una giornata di lavoro”. Marco parla in modo pacato. Dosa le parole.  Si esprime con proprietà di linguaggio. Non è uno sprovveduto. I suoi genitori, umili contadini, hanno inculcato sani principi a lui e ai suoi fratelli. E lui stesso è riuscito a trasmettere quei valori a sua figlia, adesso maggiorenne.

“Il lavoro – dichiara ancora Marco – mi portò al Nord Italia, dove conobbi mia moglie. Bevevo anche durante il matrimonio, ma non è stato l’alcol a causare il divorzio, avvenuto una decina d’anni dopo le nozze”. Marco afferma di aver instaurato un solido legame con la figlia, che è consapevole della sua dipendenza. “Lei vive al Nord – spiega il 50enne – ma ci sentiamo spesso per telefono. Mi parla dei suoi problemi e io le riferisco dei miei. Sa che ho il vizio dell’alcol. Una volta mi ha detto: ‘Papà è meglio se non bevi, perché se continui a farlo poi non ci sentiamo più’”.

Marco non è in grado di spiegare cosa lo abbia spinto verso l’orlo del baratro. Alcuni eventi traumatici hanno di certo avuto un peso rilevante. Fra questi la separazione e la morte del fratello, una figura di riferimento fin dalla fanciullezza. “Nei momenti più bui – afferma Marco – mandavo giù bicchieri di vino a non finire”. Rimasto senza lavoro, Marco torna a vivere dai suoi genitori. Questi assistono impotenti al processo di autodistruzione del figlio. Soffrono nel vederlo aggirarsi barcollante in casa, offuscato dai fumi dell’alcol. Non sanno come fare per riavere il loro Marco: l’abile piastrellista apprezzato per la sua dedizione al lavoro. Eppure Marco ci ha provato a uscire dal tunnel.

“In alcuni periodi – racconta ancora il 50enne – mi sono tenuto lontano dalla bottiglia, al punto che l’odore del vino mi dava la nausea. Per farlo serve una valida motivazione. L’ultima volta ero determinato a riavere la patente, sottrattami per guida in stato di ebbrezza. Dovevo restare sobrio per superare gli esami del sangue. E ce l’ho fatta, anche se è stata dura. Quando si interrompe da un giorno all’altro una dipendenza (che sia dall’alcol o dalla droga, ndr), si sta male fisicamente. Ogni giorno avevo i brividi”.

Ma nel momento in cui Marco resta senza motivazioni, i demoni si rifanno vivi e gradualmente lo stritolano fra le loro braccia. Adesso Marco è nel pieno della battaglia. Anche se non lo ammette fino in fondo, l’alcol ha ripreso il sopravvento. Dice di volerne uscire e per sua fortuna ha delle persone che gli stanno vicino. C’è ad esempio una parente che lo ha accompagnato da un sacerdote con il quale ha appena intrapreso un percorso spirituale. C’è la figlia. Nel recente passato c’è stata una donna (una fidanzatina dell’adolescenza con la quale si è rincontrato da adulto, dando vita a una relazione di qualche anno). Ora ci sono anche un paio di poliziotti che hanno preso a cuore la sua vicenda e con cocciutaggine lo stanno spronando a ritrovare la retta via.

Non è facile, ma questa è una battaglia che si può e si deve vincere. “Nel mio piccolo – conclude Marco, in una sorta di accorato appello – vorrei lanciare un messaggio a chi si trova nella mia stessa situazione. Non dobbiamo respingere i famigliari e gli amici che cercano di aiutarci. Non dobbiamo vedere come un nemico chi si avvicina per lanciarci un salvagente. Non dobbiamo chiuderci in noi stessi. Bisogna alzarsi presto la mattina. Uscire di casa. Darsi da fare per trovare un lavoro. Coltivare i propri hobby e le proprie passioni. E’ fondamentale porsi un traguardo da raggiungere. Perché con l’aiuto di chi ci circonda, e se necessario anche affidandosi alle cure di una struttura, la nottata passerà e il sole tornerà a risplendere”.

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