Lunedì, 18 Ottobre 2021
Cronaca

Furti e vendita di cozze alla diossina: 7 arresti tra Brindisi e Taranto

Sette ordinanze di custodia cautelare in carcere e ai domiciliari nell'inchiesta della Guardia Costiera: scoperta attività di vendita attraverso false certificazioni

BRINDISI - Arresti anche in provincia di Brindisi nell'inchiesta della Guardia costiera su una serie di furti e commercializzazione, su tutto il territorio nazionale, di prodotti ittici contaminati, soggetti a vincolo sanitario, altamente nocivi per la salute pubblica, contraffatti mediante falsa certificazione. Sette sono gli indagati destinatari di misura cautelare: due in carcere e cinque ai domiciliari. Si tratta di Damiano Lamanna, Arcangelo Fago (genero del Lamanna), Sandro Mongelli, Giovanni Marinò, Marco Manicini, di Fasano, Cosimo Fago, Michele Padovano.

Le indagini, condotte dalla Capitaneria di porto di Taranto, sono scattate in seguito alle denunce per furto di alcuni mitilicoltori del Mar Piccolo e del Mar Grande. L’operazione partita da Taranto  ha visto coinvolti più di cinquanta uomini e donne della Guardia Costiera oltre a mezzi navali ed aerei del Corpo, sotto il coordinamento della Direzione marittima di Bari.

L'indagine, denominata "Passo e chiuso" è scaturita da alcune denunce di mitilicoltori, vittime di ingenti furti di prodotti ittici, e ha portato alla luce l’esistenza di un vero e proprio “mercato parallelo” di prodotti contaminati chimicamente e biologicamente che, immesso nella filiera tramite la contraffazione della tracciabilità, veniva spacciato come prodotto di alta qualità, ma pericolosissimo per la salute pubblica.

In particolare, i militari hanno accertato l’esistenza di una organizzazione criminale che, sistematicamente, trafugava i mitili da impianti siti nel primo e secondo seno del mar Piccolo – ovvero li coltivavano abusivamente in impianti illegittimi – per poi distribuirli ad “acquirenti di fiducia locali” (che a loro volta li commercializzavano nei banchetti presenti sulle strade tarantine) ma anche a grandi centri di spedizione, ricavandone ingenti guadagni derivanti dal basso, ovvero inesistente, costo di produzione o acquisto in quanto prodotto dell’attività illecita del furto.

Tale accurato sistema consentiva ai soggetti coinvolti di aggirare, così, le normative sanitarie in materia che prevedono lunghi ed accurati cicli depurativi dei mitili, nonché le previste movimentazioni del prodotto, finalizzati ad abbattere la contaminazione batterica ed livelli di Pcb e diossine, cagionando così inestimabili danni alla pubblica salute.

Nello specifico, alcuni dei soggetti si occupavano di organizzare i furti e la vendita dei beni sottratti, le operazioni di trattamento, sgranatura dei pergolati di mitili (al fine di perderne la tracciabilità, data dalla colorazione della retina scelta da ogni miticoltore) nonché di consegna del prodotto confezionato in sacchi del peso di 10 chili agli “acquirenti di fiducia”, previa prenotazione telefonica del quantitativo richiesto.

Ulteriori indagini portavano alla luce, inoltre, la vendita del prodotto ai centri di spedizione che provvedevano ad etichettare come proprio, il prodotto in questione, “sanandone” di fatto la provenienza.

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