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Anatomia dei terroristi urbani, e i vuoti della sicurezza e della politica

In parte sono soggetti definibili come “foreign fighters”, ovvero “scappati” in Siria per addestramento e poi tornati in Europa per colpire, ovvero possono essere terroristi venuti anche attraverso l’immigrazione clandestina direttamente sulle nostre terre per seminare terrore. In gran parte, però, si tratta di cittadini europei

L’arresto a Bari di due-tre personaggi legati all’islamismo radicale e terrorista e per giunta tramite di immigrazione clandestina ha fatto pensare che il capoluogo pugliese sia stazione di transito di  “foreign fighters”. E’ un’ipotesi investigativa assai interessante che lasciamo alla cura di magistrati e forze di sicurezza.

La notizia non deve tuttavia distoglierci dalla svolta che la discussione sul terrorismo sta avendo dopo gli attentati di Parigi e Bruxelles. Se stiamo alle chiacchiere che ascoltiamo in tv, il confronto sarebbe fra coloro che dicono che tutti gli islamici siano potenzialmente terroristi e quelli che invece temono di fare di tutta l’erba un fascio. Il punto di novità che sta venendo alla luce, e che nulla toglie all’azione di al-Qaida oppure del Califfato, è l’identikit dei terroristi che colpiscono in Europa.

In parte sono soggetti definibili come “foreign fighters”, ovvero “scappati” in Siria per addestramento e poi tornati in Europa per colpire, ovvero possono essere terroristi venuti anche attraverso l’immigrazione clandestina direttamente sulle nostre terre per seminare terrore. In gran parte, però, si tratta di cittadini europei, francesi, inglesi, belgi, eccetera che sono qui da alcune generazioni, che parlano perfettamente e spesso solo la nostra lingua, tranne le frasi canoniche dette in arabo della “guerra santa”, che ad un certo punto hanno incontrato l’islamismo radicale.

Quel “ad un certo punto” è il passaggio analitico più interessante. Questi nuovi terroristi spesso hanno legami di sangue fra di loro, fratelli o cugini, vivono la vita di quartiere in aree urbane abbandonate e marginalizzate. Non vivono come buoni musulmani perché bevono, si drogano, le loro donne vestono all’occidentale, spesso hanno alle spalle mesi di carcere. Sono stati definiti neo-nichilisti, cioè cittadini giovani o giovanissimi che non hanno più nulla da attendersi dalla società in cui vivono e che quindi odiano, vogliono distruggere e soprattutto punire.

A questo punto i piccolissimi nuclei familiari incontrano gli imam, spesso pagati dall’Arabia Saudita, che li indottrinano e danno alla loro voglia di vendetta sociale e di autodistruzione l’armatura della religione interpretata nel ruolo più estremo. Se le cose stanno così, il tema di oggi è in parte investigativo, in parte riguarda invece come costruiamo le nostre città e come diamo vita all’accoglienza di famiglie legalmente immigrate che tuttavia nel tempo possono essere sospinte ai margini della società.

L’integrazione non è solo una casa, un lavoro,  un sussidio, né è solo una buona scuola. Questo ci deve essere, ma ciò che non può mancare è il controllo sociale sulla gioventù emarginata, di origine araba come di quella nativa da sempre. Se ci sfugge di mano ogni contatto con questi neo-italiani, oltre che con giovani italiani emarginati, sarà sempre più facile per le organizzazioni terroristiche come per quelle mafiose ingaggiare questa nuova mano d’opera.

I discorsi attorno all’Islam in sé violento lasciano il tempo che trovano di fronte a nuove e accurate analisi sociali. Qui c’è la responsabilità sia delle forze di sicurezza sia delle amministrazioni locali e, si potrebbe dire, dei partiti, se ci fossero.

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