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Brindisi e le elezioni: cronaca di un astenuto

Perché una città senza servizi, adeguati, moderni, non è una città che è democratica, aperta e trasparente nei confronti dei cittadini”. Se ci fossimo ritrovati all’interno di una pellicola cinematografica, questa citazione sarebbe stata seguita, senza alcun dubbio, dal tonfo di un portone che si chiude

“Perché una città senza servizi, adeguati, moderni, non è una città che è democratica, aperta e trasparente nei confronti dei cittadini”. Se ci fossimo ritrovati all’interno di una pellicola cinematografica, questa citazione sarebbe stata seguita, senza alcun dubbio, dal tonfo di un portone che si chiude. Uno di quei portoni in ferro battuto che non ammettono alcun borbottio straniero quando devono chiudersi. Ho dovuto aspettare che Antonio Celeste avesse il garbo di condividere questo intervento di Domenico Mennitti, qualche mese addietro, per poter sentire qualcosa di bello da parte di un politico locale, qualcosa che avesse la stessa compiutezza dei cerchi. Anche Lui cadde in quel tranello per il quale “gli alberi hanno bisogno del concime per poter crescere”, ma questa è un’altra storia e francamente non mi va di parlarne.

Non sono andato a votare questa domenica e la mia è la cronaca di un astenuto che vive fuori città. “Guardate la vita politica da un punto di vista di onestà illimitata: ne provate disgusto; e il disgusto degenera in astensionismo, scherno, indifferenza per i supremi interessi”. Così Pietro Gobetti scriveva nel 1919 in un articolo dal titolo “La nostra fede”. Ci sono tanti modi di intendere l’astensionismo. Fino agli anni ottanta la parola astensionismo era poco contemplata nelle enciclopedie politiche così come nei libri di sociologia. Uno dei padri della coscienza critica di questo paese, Norberto Bobbio, è stato tra i primi ad analizzare l’astensionismo come fenomeno politico. Sotto un profilo meramente semantico, l’astensionismo molto spesso evoca i concetti di assenteismo, digiuno, astinenza. C’è chi ravvisa in esso una funzione paideutica: astensione come moderazione ovvero la capacità di tenersi, deliberatamente e consapevolmente, lontano dalla politica. Probabilmente Leonardo Sciascia ci avrebbe epitetato pigliainculo, perché stiamo diventando un esercito.

Perdonate il mio astensionismo ma in questi mesi sono stati lasciati troppo a mollo i legumi, l’aria era insopportabile in città. C’è stato spazio un po’ per tutto e alla spicciolata: dalle finte pulizie di primavera alle urla di “la migliore città del Mondo”, da Bari ladrona fino alla destra sfigurata, passando per la Via Francigena. E per non parlare poi delle forze sane impegnate a contendersi lo scettro del puritanesimo mentre le sparute minoranze di saggi peroravano la via del mutismo selettivo. I grossi temi non hanno mai funto da refrain, anzi, sono stati declassati al livello di soliloquio: la democrazia partecipativa, i processi aerobico/anaerobico di trattamento dei rifiuti, la privatizzazione delle cosiddette  municipalizzate, il piano nazionale della portualità, la chimica verde ed i finanziamenti per l’imprenditoria giovanile così come l’università. Se tali temi, per un tempo piccolo, hanno avuto notorietà è perché sono stati funzionali alla demolizione dialettica di qualche avversario, un mero elogio delle proprie curve celebrali.

Serve a qualcosa l’astensionismo? Non mi esimerò dal rispondere. “Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea. Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese”. Paolo Sorrentino ha così voluto fornire uno spaccato iconoclastico del potere, Giulio Andreotti che colloquia idealmente con sua moglie Livia. Quel potere io, sprovvedutamente, non l’ho voluto capire e non lo capisco tuttora. Forse perché mi è così estraneo, lontano. Ma se lo avessi conosciuto, forse, questa domenica, me lo sarei turato anch’io il naso dentro la cabina elettorale.

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