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Renzi e un'ammissione di sconfitta che puzza di zolfo

"Non è stato un voto di protesta ma è stato un voto di cambiamento." La perentoria affermazione del Presidente del Consiglio (segretario del PD), viene salutata dai commenti dei maggiori politologi come una sofferta, quanto lucida, analisi di chi "per la prima volta" ammette senza riserve di avere perso una competizione elettorale

“Non è stato un voto di protesta ma è stato un voto di cambiamento.” La perentoria affermazione del Presidente del Consiglio (segretario del PD), viene salutata dai commenti dei maggiori politologi come una sofferta, quanto lucida, analisi di chi “per la prima volta” ammette senza riserve di avere perso una competizione elettorale (sebbene di natura locale come si affretta a specificare il Premier).
In effetti così appare a prima vista, eppure sento una acre puzza di zolfo.

Se il voto dell’ultima competizione elettorale, infatti, deve essere considerato come una manifestazione di volontà di cambiamento, viene spontaneo chiedersi nei confronti di chi, se non nei confronti dell’attuale detentore dello scettro del comando, questa manifestazione di cambiamento viene espressa.

Se per ipotesi, ma solo per ipotesi per carità, non vorrei che qualcuno si sentisse diffamato e sporgesse denuncia, questa fosse la conclusione accettata di tale ragionamento, l’affermazione del Premier non solo sarebbe lucida e severa, ma anche autolesionista.
E qui la puzza di zolfo è ancora più viva e ripugnante. Quella espressione, in realtà, è riferita palesemente ai risultati elettorali di Torino e di Roma.

A Torino perché il movimento 5stelle vince su Fassino, l’ultimo rappresentante di primissimo piano di una tradizione politica ancora non rottamato, ed a Roma perché anche qui il movimento 5 stelle vince con una battaglia elettorale tutta all’insegna del cambiamento per la legalità violata da una classe politica apparsa corrotta e spregiudicata. Tanto nel primo caso quanto nel secondo Renzi si chiama fuori e la domanda di cambiamento, che fu la sua identità originaria, viene fatta propria e rilanciata.

Naturalmente non so cosa accadrà nella riunione della prossima Direzione del PD, ma non mi meraviglierei se in quella sede venisse rilanciata una nuova campagna di rottamazione nei confronti degli ultimi simulacri dell’anciem règime, quella che portò Renzi dapprima alla conquista del partito e poi alla presidenza del consiglio: intanto le stelle stavano a guardare.

Intanto ora tocca a chi ha vinto.

Il movimento 5stelle ha finora coltivato il consenso elettorale, ne ha capitalizzato una buona dose e all’occasione giusta gli elettori l’hanno chiamato all’azione di responsabilità. Tutto ciò che dall’opposizione appariva facile e le critiche, spesso vuote nel merito, muovevano verso l’obbiettivo di raccogliere adesione elettorale, ora dovrà essere messo alla prova del governo.

E’, altresì, corretto concedere il giusto tempo per verificare le capacità di governo e le qualità di chi sarà chiamato a svolgere le funzioni amministrative. E questo vale a Roma quanto a Mesagne. Qui si incrociano amministratori di lungo corso che tutto possono dire eccetto che non c’erano, con giovani valenti chiamati al primo incarico politico.

Il fatto strano che i primi a lasciare l’incarico, ad appena un anno dall’insediamento, siano stati due giovanissimi per fare posto ad altrettanto giovani: diciamo che il turnover viene riservato alle nuove leve. Intanto fervono i preparativi per il confronto elettorale sulla riforma costituzionale. Si discute sulla data del referendum: si ipotizza il 2 di ottobre. Non è una questione di poco conto.

Infatti se la Corte decide le sorti dell’Italicum il 4 di ottobre prossimo ed il referendum si tiene due giorni prima, quella decisione sarà fortemente influenzata dall’esito elettorale. Se vince il SI, confermando dunque la riforma costituzionale, la Corte si troverebbe a decidere le sorti dell’Italicum avendo come punto di riferimento una nuova costituzione ed il precedente della sentenza n. 1/2014 quella che annullò il Porcellum, non avrebbe alcun peso, o punto, sulla nuova decisione.

Se vince il NO, la sorte dell’Italicum parrebbe segnata (come dice l’avv. Besostri) perché la nuova legge elettorale ha in gran parte ignorato la sentenza 1/2014 o, in alcuni punti fondamentali, eluso i suoi indirizzi giuridici. In questo caso, non so dire se sia un bene o un male per il PD.

L’idea balsana, quanto illusoria come il tempo ha dimostrato, di assegnare il premio di maggioranza al partito politico che abbia raggiunto il 40% dei voti al primo turno, era figlia del risultato elettorale delle europee; quelle che dettero quasi il 41%al PD di Renzi fresco di rottamazioni e di rottami abbandonati. Oggi sarebbe forse un regalo al movimento dei 5stelle. Vedremo!  

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