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Referendum/3: le ragioni del Sì e del No, riuscito confronto

Si è svolto venerdì nella sala di rappresentanza della Provincia l’incontro organizzato dal «Comitato BrindiSi può» dal titolo «Perché Sì e perché No» sul tema della riforma costituzionale oggetto dell’appuntamento referendario del prossimo 4 dicembre

BRINDISI - Si è svolto venerdì nella sala di rappresentanza della Provincia l’incontro organizzato dal «Comitato BrindiSi può» dal titolo «Perché Sì e perché No» sul tema della riforma costituzionale oggetto dell’appuntamento referendario del prossimo 4 dicembre. Dopo i saluti della coordinatrice del Comitato Rosy Barretta, che ha richiamato la finalità dell’incontro nella «necessità di migliorare l’informazione sulla portata della riforma, in modo che i cittadini brindisini arrivino all’urna in perfetta coscienza col voto e si riducano le tentazioni astensioniste alla luce dell’importanza dell’argomento», la parola è passata ai due docenti protagonisti della discussione: il prof. Beniamino Caravita Di Toritto per il Sì e il prof. Vincenzo Tondi della Mura per il No.

A moderare e coordinare l’incontro la giornalista Anna Saponaro. Ogni relatore ha avuto a disposizione cinquanta minuti per spiegare gli opposti punti di vista sulla legge di riforma costituzionale. E in effetti, in vista del referendum sono già molto alti i toni del confronto tra i fautori del No, che si vogliono opporre al tentativo di mettere mano alla «Costituzione più bella del mondo» e i sostenitori del Sì, che dichiarano la necessità di una riforma che colmi le «troppe lacune di un testo ormai invecchiato».

Il confronto ha preso questa piega, e la necessità di maturare nell’opinione pubblica un voto informato, come ha ricordato Rosy Barretta in apertura, passa dallo screening della riforma, dunque da un’attenta lettura punto per punto: e se Tondi della Mura muove da un editoriale apparso sul londinese Financial Times che marchia la riforma come un «ponte verso il nulla», sostenendo che l’Italia non ha bisogno di leggi da approvare rapidamente ma di meno leggi scritte meglio e applicate nella realtà, il suo competitor al tavolo entra subito nel merito della questione.

La Costituzione è la carta che garantisce lo sviluppo equilibrato del Paese: «Per questo - ha sottolineato il prof. Caravita Di Toritto - la legge va intesa come una opportunità di rilancio. L’Italia è un paese complesso, governato con sistemi che appesantiscono la macchina legislativa e amministrativa, quindi, la riforma ha il merito di semplificare gran parte di questi meccanismi realizzando una democrazia più snella ed efficiente».

La riforma poggia la sua ragione su una riflessione storica. La Costituzione si deve leggere con gli occhi di settanta anni fa, quando il Paese usciva da una lunga dittatura ed era fondamentale a quel tempo cucire equilibri stabili: la Costituzione è il frutto di un compromesso tra le esigenze delle diverse e contrapposte forze politiche che parteciparono alla sua stesura. La Carta repubblicana non ha soltanto settanta anni, ma è ancorata al contesto di settanta anni fa. Pietro Calamandrei, padre costituente, la paragonava a un suo amico libertino di Firenze che aveva due amanti, una molto giovane e una più anziana. La giovane gli strappava i capelli bianchi, l’anziana quelli neri: alla fine l’uomo rimase calvo.

«La riduzione del numero di parlamenti - ha chiarito Caravita Di Toritto - grazie alla trasformazione del Senato a camera di rappresentanza degli enti locali, la semplificazione dei procedimenti legislativi e una più chiara ripartizione delle competenze fra Stato e Regioni, sono i cardini di una riforma che permette di eliminare alcuni fattori di instabilità. Ad esempio, ora un Governo per cominciare a lavorare ha bisogno della fiducia di entrambe le camere, mentre basta una camera per sfiduciarlo. L’opera dei nostri costituenti non è stata perfetta, è pacifico e lo sapevano anche loro: è il tempo di correggere le debolezze di uno Stato fragile con una instabilità cronica». Questione coerente con quanto Henry Kissinger, ex Segretario di Stato americano, diceva ad Aldo Moro dopo aver incontrato ministri degli Esteri ogni volta diversi: «Non potete darvi un po’ di stabilità?». 

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