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Mercoledì, 1 Febbraio 2023
Politica

La morte di Reichlin e quelle domeniche trascorse a vendere l'Unità

Tutte le domeniche mattina le dedicavamo alla vendita de “l’Unità” lungo il corso principale del paese. Chissà perché la mente è subito andata al ricordo dei giorni festivi negli anni della nostra migliore gioventù comunista, alla notizia della morte di Alfredo Reichlin

Riceviamo da Ernesto Musio, e pubblichiamo, questo "ricordo di base" di Alfredo Reichlin, uno dei dirigenti storici del Partito Comunista Italiano, partigiano nei Gruppi di azione patriottica a Roma (i Gap erano le cellule impegnate nella guerriglia urbana contro i nazifascisti), giornalista e direttore de L'Unità, e molto legato alla Puglia sia per una parte delle sue origini, che per il fatto che vi trascorse un lungo periodo come segretario regionale del Pci, e vi fu eletto tante volte deputato soprattutto nella circoscriscrizione Brindisi-Lecce-Taranto.

Reichlin, morto a Roma il 21 marzo scorso, era nato a Barletta il 26 maggio del 1925 da padre svizzero (il nonno aveva avviato un'impresa a Napoli, prima di spostarsi in Puglia), e da madre barlettana. Quindi si era trasferito nella capitale quando il genitore avvocato decise di esercitare a Roma la professione forense. Era non solo un raffinato intellettuale come tanti altri quadri del Partito comunista italiano, ma anche un uomo che sapeva spiegare e trasmettere conoscenza, e soprattutto passione, speranza, e fiducia nel cambiamento democratico del Paese.

Tutte le domeniche mattina le dedicavamo alla vendita de “l’Unità” lungo il corso principale del paese. Chissà perché la mente è subito andata al ricordo dei giorni festivi negli anni della nostra migliore gioventù comunista, alla notizia della morte di Alfredo Reichlin! Già, come si fa a far capire ai ragazzi e alle ragazze di sinistra d’oggi, che hanno solo letto o sentito parlare del PCI, che cosa significava per noi giovani comunisti di allora, che hanno avuto la fortuna e la gioia di militare nel partito di Enrico Berlinguer, leggere, quasi spolpandola pagina per pagina, l’Unità. E come si fa a far capire l’avidità con la quale leggevamo gli editoriali del giornale fondato da Antonio Gramsci e, sopra tutti, gli editoriali del direttore Alfredo Reichlin!

Enrico Berlinguer e Alfredo Reichlin-2

Il PCI è stata una fucina meravigliosa di numerosissimi dirigenti politici che avevano un grandissimo spessore culturale e intellettuale. Eppure, possiamo dire che nessun dirigente comunista più di lui riusciva sempre, in ogni editoriale, in ogni intervento (con voce quasi tremula), in ogni scritto, a trasmetterci quel pathos intellettuale, quell’assillo del pensiero alla ricerca di una ragione, di una verità, di una via possibile. Davvero nessuno come lui riusciva a regalarci sempre un’illuminazione o una interpretazione originale, ora della realtà economica e sociale, ora della fase politica nazionale e internazionale.

Davvero con lui se ne va uno degli ultimissimi uomini e donne di una generazione che, da rivoluzionari quali erano, si posero l’ambizione, da Togliatti in poi, sul substrato robustissimo del pensiero di Antonio Gramsci, di perseguire concretamente l’obiettivo, per via democratica, della conquista del governo dell’Italia, cioè di un Paese di frontiera politico e militare dell’Occidente capitalistico e della Nato. Credo si possa dire che in questo processo democratico e nazionale di costruzione di una egemonia politica e culturale, finalizzato alla conquista del governo del Paese, Reichlin sia stato uno degli interpreti migliori.

In questo sforzo politico immane, titanico, negli anni della guerra fredda e del mondo diviso in blocchi, è accaduto, ad esempio, che un rivoluzionario di personalissima e affascinate radicalità, amatissimo dai militanti, come Pietro Ingrao, si sia dedicato per gran parte della sua vita politica, lasciandoci un monumentale studio, alla Riforma dello Stato. E’ accaduto ad esempio, in questa ricerca assillante di una via “nazionale” al socialismo - l’assoluta originalità dei comunisti italiani -, che il comunista Enrico Berlinguer denunciasse al mondo “l’esaurimento della spinta propulsiva” della rivoluzione sovietica.

Ma forse nessuno più di Reichlin, che molto ha mutuato in una forma altrettanto fresca e originale, dal pensiero politico di Ingrao, seppe interpretare e spiegare la “funzione nazionale” del PCI, della quale Berlinguer è stato mirabile interprete nell’azione, sul solco di quella scia di pensiero marxista e togliattiana che tendeva a far divenire la classe operaia “classe generale”, alla conquista soprattutto di quel ceto medio, appannaggio in larga parte della DC, che è stato uno degli assilli politici più strategici dei comunisti italiani.

Gappisti romani-2

Proverbiale poi è stata, negli anni 80’ e 90’, la denuncia costante di quell’ ”economia di carta che si sta mangiando l’economia reale”, quella finanziarizzazione dell’economia che ci parla dell’oggi! Il Partito della Nazione, evocato dallo stesso Reichlin, in uno degli interventi degli ultimi anni, non è mai stato nel suo pensiero politico, quel banalissimo partito pigliatutto che una vulgata caricaturale e interessata vorrebbe far passare, ma la ben più autorevole riconquista storica della funzione nazionale e generale di un partito di sinistra, cioè di un partito che affonda le sue radici nella sinistra e nello stesso tempo, sebbene di parte, ambisce a una funzione di rappresentanza generale delle istanze, dei problemi, delle sofferenze, degli interessi di un popolo e di un Paese, dell’interesse generale.

Quanta lontananza dalle continue scissioni di questi anni, del pensiero e dell’azione, dalla storia democratica e riformista della sinistra italiana, nella quale Reichlin è stato un vero campione, anche per il modo inconfondibile con il quale ci ha fatto innamorare della politica. Grazie, compagno Alfredo.                                                                                                   

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