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Ottant'anni fa lo sbarco del re, Brindisi Capitale nel momento più duro della storia italiana

Il 10 settembre del 1943, dopo aver lasciato in fretta Roma, la famiglia reale arrivò in Puglia a bordo della nave "Baionetta". Brindisi conservò per cinque mesi il ruolo di prima città italiana. Un'esperienza controversa, ma ugualmente decisiva per le sorti del Paese

BRINDISI - Non si tratta di un romanzo fantasioso, la storia moderna dell'Italia intera, che piaccia o no, si intreccia indissolubilmente con quella di Brindisi. Il racconto ha origine ancor prima dello sbarco reale in città, e qui le premesse sono d'obbligo. 

Si parte dal culmine di un'esperienza tragica per l'intera nazione, ovvero le macerie derivanti dal ventennio della dittatura fascista. In molti, probabilmente, credevano che dopo la destituzione di Mussolini a capo del Governo (25 luglio '43) il peggio fosse passato, ma così evidentemente non era. 

L'Italia, affamata da una guerra atroce, non solo si è ritrovata di colpo occupata dai nuovi nemici, ma sullo sfondo si allargava la prospettiva di una guerra civile fratricida. 

Se l'armistizio, comunicato dal maresciallo Badoglio in data 8 settembre, da un lato aveva aperto le porte all'alleanza con americani e britannici, dall'altro non aveva tenuto adeguatamente conto del fatto che gran parte del Paese era già occupato dai nazisti. Questi ultimi, prima alleati di maggioranza contro le "potenze plutocratiche" (espressione utilizzata da Benito Mussolini) poi si sono trasformati in acerrimi e potentissimi rivali. 

La notizia della "pace condizionata" con gli anglofoni, peraltro, era arrivata via radio non solo alla popolazione comune ma nello stesso momento anche all'esercito, lasciato completamente allo sbaraglio e alla mercé dei tedeschi, senza il tempo e il modo di mettersi al riparo. Molti soldati italiani, infatti, furono catturati e trasportati nei campi di prigionia in Germania. 

Il "tradimento del re" Vittorio Emanuele III, visto dalla prospettiva di Hitler, imponeva ai militari una scelta perentoria: integrarsi o meno alla neonata Repubblica sociale italiana con sede a Salò (nel Bresciano). Chi non era disposto a sacrificare la propria vita per quell'ideale folle, avrebbe comunque trovato la morte.

I reali lasciano Roma e si dirigono in Puglia

Gli americani sbarcarono in Sicilia già nel luglio del '43. La loro avanzata da un lato rassicurò la famiglia reale italiana, che mirò Brindisi come porto sicuro. Da lì a poco, infatti, tutto il Sud Italia divenne velocemente colonia Usa.

D'altro canto, come raccontato da Umberto I (figlio di Vittorio Emanuele III ed effettivo ultimo sovrano d'Italia) in una celebre intervista televisiva del 1979, la partenza avrebbe avuto l'intento di evitare una guerra ancora più infernale, capace di distruggere Roma. Luogo, questo, dove certamente si sarebbero incontrati gli americani e i tedeschi; gli uni, tanto quanto gli altri, avrebbero potuto aver ragione del nemico in una battaglia fino all'ultimo sangue. Insomma, secondo i Savoia, la continuità dello Stato era messa a repentaglio. Inoltre, affermati analisti e storici confermano l'ipotesi secondo cui la cattura del re fosse intenzione dei nazisti, desiderosi di vendicarsi per il torto subito, e determinato dal voltafaccia della casata italiana nei loro confronti. 

E così, la notte del 9 settembre 1943 Vittorio Emanuele III e il maresciallo Pietro Badoglio, allora capo del Governo, abbandonarono frettolosamente di notte Roma e si diressero a Pescara dove si imbarcarono sulla nave militare “Baionetta” con a bordo la regina Elena, il principe ereditario Umberto ed un buon numero di alti funzionari del Regno, militari e civili.

I ministri del Governo, ad eccezione di quello della Marina e quello dell’Aeronautica, rimasero a Roma, ignari di quella partenza. L'arrivo a Brindisi si registrò nel pomeriggio di venerdì 10 settembre. Qui i tedeschi non c'erano più, poiché le ultime truppe avevano lasciato la città nel corso della sera prima. 

La situazione di Brindisi, la permanenza dei reali

Ancor prima dell'armistizio, la città aveva già pagato il suo contributo di macerie e di lutti durante il secondo conflitto mondiale, con una popolazione dimezzata a seguito delle partenze in guerra e dei bombardamenti. Questi ultimi, tra l'altro, avevano provocato anche una grande mole di cittadini sfollati. Il dato curioso è che le truppe anglo-americane non colpirono obiettivi militari o i due castelli (svevo e alfonsino) facilmente individuabili dall'alto. Ad essere bersaglio delle bombe, invece, furono le chiese principali di Brindisi (contrassegnate anche nelle mappe britanniche, successivamente analizzate), così come buona parte del patrimonio edilizio civile. Con ogni probabilità si trattava di una strategia per destabilizzare la società civile locale ed alimentare il malcontento (già) presente contro il regime di Mussolini, determinato dalla fame dilagante che si respirava

Dell'arrivo del re, com'è comprensibile, i ricordi dei brindisini di un tempo sono limitati poiché i Savoia non andavano in giro con frequenza. La regina vestiva perlopiù di nero e partecipava alle iniziative di beneficenza: in particolare faceva visita all'orfanotrofio gestito dalle suore di San Vincenzo, allora presente in Piazza Duomo. Più riservato il sovrano, che riceveva alleati e confidenti nella propria abitazione. Vittorio Emanuele, così come il principe Umberto, indossava sempre la divisa militare.

Per i primi ventuno giorni di permanenza in città, i reali soggiornarono nel Grande Albergo Internazionale affacciato sul porto di Brindisi, nelle camere che ora hanno il numero 101 e 123. Successivamente è seguito il trasferimento presso il Castello Svevo, dove rimasero fino all'11 febbraio del 1944, data in cui partirono alla volta di Salerno. Il titolo di capitale d'Italia, dunque, passò alla città campana, e Brindisi forse si accorse solo parzialmente di quanto fosse stata cruciale per le sorti del Paese.  

Brindisi Capitale, un titolo controverso

Gran parte dei cittadini ritiene che Brindisi non sia stata adeguatamente presa in considerazione nel corso delle celebrazioni più rilevanti per la storia del Paese, pur essendo stata di fatto una delle Capitali italiane. Assenti, del resto, sono stati i riferimenti alla città adriatica nelle cerimonie nazionali in occasione del recente 160esimo anno dalla nascita del Regno d'Italia; e - soprattutto - durante i festeggiamenti per l'attesissimo 150esimo anniversario, ricorso nell'ormai lontano 2011. Una ferita che, per i più affezionati alla storia della città, brucia ancora. 

D'altra parte, invece, c'è chi ritiene che non sia opportuno "ricordare troppo" questo aspetto della storia locale, poiché non è altro che la rappresentazione di una vicenda poco edificante per la storia della nazione intera. La fuga del re e del Governo è stata - da molti - sempre vista come un atto di presunta codardia, eseguito - tra l'altro - da quel re che non si oppose in maniera decisiva a Mussolini né per fronteggiare le leggi razziali e né per evitare l'ingresso in guerra; ma prima ancora, molti contestano a Vittorio Emanuele la mancata opposizione al duce in occasione della marcia su Roma del '22. 

Decidere cos'è giusto e cos'è sbagliato è una scelta personale. I fatti storici rimangono tali, sempre densi di sfumature da interpretare e contestualizzare in base al periodo di riferimento. Nonostante tutto, poco importa se il titolo di Capitale sia stato conservato per "soli" cinque mesi ed in circostanze straordinarie, anzi proprio per questo non si può negare il ruolo determinante che la città ha avuto per l'Italia in quel momento complesso, il più duro di tutta la sua storia. 

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