Il superkiller aveva una fobia: le bombe. E temeva le imboscate dei nemici

BRINDISI - Vito Di Emidio, il contadino diventato killer spietato, aveva paura delle bombe. Non di essere ammazzato con una bomba, ma degli ordigni in genere. “Io da quegli oggetti dovevo stare lontano”, ha detto ieri in aula durante la deposizione nel processo che lo vede imputato assieme a suoi ex complici da lui chiamati in correità in una dozzina di omicidi. Numerosissime rapine, estorsioni e anche attentati dinamitardi. “Il mio artificiere era Tannisi Pasquale. Molto bravo nel costruire le bombe artigianalmente. Quando le mettevamo eravamo costretti a farlo, perché dovevamo costringere i commercianti a pagare le tangenti e senza creare paura non lo facevano”.

Vito Di Emidio, Bullone

BRINDISI - Vito Di Emidio, il contadino diventato killer spietato, aveva paura delle bombe. Non di essere ammazzato con una bomba, ma degli ordigni in genere. “Io da quegli oggetti dovevo stare lontano”, ha detto ieri in aula durante la deposizione nel processo che lo vede imputato assieme a suoi ex complici da lui chiamati in correità in una dozzina di omicidi. Numerosissime rapine, estorsioni e anche attentati dinamitardi. “Il mio artificiere era Tannisi Pasquale. Molto bravo nel costruire le bombe artigianalmente. Quando le mettevamo eravamo costretti a farlo, perché dovevamo costringere i commercianti a pagare le tangenti e senza creare paura non lo facevano”.

Comunque il capo dei capi della mafia di Brindisi, il feroce “Bullone” che prima di uccidere torturava la vittima predestinata, non maneggiava le bombe e non viaggiava mai con in macchina un ordigno. E quando bisognava piazzarne una? “Io dovevo stare ad almeno cinquanta metri”. E i loro attentati erano devastanti. Due taniche da 50 litri ciascuna colme di benzina e al centro la bomba. Oltre all’esplosione violentissima anche l’incendio.

La bomba collocata nel negozio Cuba Libre provocò gravissimi danni al palazzo che non crollò perché un pilastro resse; il palazzo che ospitava la Conad, e ai piani superiori la ex pretura dopo l’attentato al supermercato dovette essere evacuato. Gravissimi i danni anche alla Gum di viale Aldo Moro. E così a tanti altri sventurati che finivano nel mirino di questo gruppo criminale. “Dovevamo guadagnare qualcosa”, ha ripetuto più volte in aula Di Emidio. “Ma a me le estorsioni con le bombe non mi sono mai piaciute – ha spiegato -, tutto quel casino lo facemmo perché i mesagnesi ce lo avevano chiesto”.

Che Vito Di Emidio avesse delle paure, delle fobie, non è stata una sorpresa. Già la sera del 28 maggio 2001 aveva dimostrato che quando era in condizione di inferiorità (le sue vittime le coglieva sempre di sorpresa: gente che si fidava di lui come Sante Vantaggiato, nel sonno il commerciante di San Michele Salentino, Giovanni Maniglio, Giuseppe Scarcia, mentre erano in bagno come Antonio De Giorgi). Inoltre cercava sempre di agire in gruppo o almeno con un complice.

Quella volta sulla strava vecchia che dal rione Sant’Elia conduce verso San Pietro Vernotico finì nella rete dei carabinieri. L’allora maggiore Cosimo Camisa aveva costituito una squadra di fidatissimi (quasi come il capitano Ultimo che catturò Toto Riina). Carabinieri che fece arrivare anche da fuori e dei quali aveva fiducia estrema. Si doveva catturare una persona che si muoveva sempre armata (“Giravo quasi sempre con un Kalashnikov”, ha detto in aula Bullone nei due giorni di interrogatorio) e pronta  far fuoco ancor prima di capire se ce l’avevano con lui oppure no.

Quella sera lo inchiodarono. Una macchina dell’Arma davanti una di dietro; fari abbaglianti sparati in faccia e armi in pugno. Bullone finì fuoristrada: il guardrail attraversò l’abitacolo della Lancia Thema entrando dal parabrezza. Di Emidio rimase illeso. Solo qualche ammaccatura. La Thema si incendiò. “Di Emidio – è la descrizione fatta all’epoca dagli inquirenti – temette che si trattasse di avversari e che stesse per morire. Chiedeva aiuto e la sua vescica non resse. Fu estratto dalle fiamme e tre giorni dopo il grande capo, l’uomo che torturava prima di uccidere, aveva già chiesto di collaborare con la giustizia. A partire dalle ammissioni sulla strage della Grottella del 6 dicembre 1999, quando assaltò con i suoi complici sardi un furgone Velialpol nel Leccese, episdio in cui morirono tre guardie giurate, e altre tre restarono ferite. per quel fatto Di Emidio, già collaborante fu condannato a 18 anni, ai sardi Marcello Ladu, Pierluigi Congiu e Gianluigi De Pau, aPasquale Tanisi, 40 anni, di Ruffano e Antonio Tarantini, di 29, di Monteroni, fu comminato l'ergastolo.

In cinque mesi e mezzo, sei ore di interrogatorio al giorno, raccontò la sua carriera criminale. Tirò dentro tutti, anche il cognato Giuseppe Tedesco e l’amico Pasquale Orlando. Scrisse un memoriale di suo pugno in cui accusava anche loro di tre omicidi e rapine. Firmò tutti i verbali più quello conclusivo. Gli investigatori del Ros trovarono riscontri per molti dei complici tirati in ballo da Bullone. Per altri invece le prove a carico sono state talmente labili da non potersi procedere. “Sono gli omissis contenuti negli atti –ha spiegato alla Corte di Assise, presidente Gabriele Perna, e agli avvocati difensori e di parte civile, il pubblico ministero Alberto Santacatterina. Non siamo riusciti a trovare prove concrete per cui sono rimasti fuori da questo processo”.

Ma a distanza di nove anni Di Emidio ha un ricordo molto vago del duplice omicidio di Leonzio Rosselli e Giacomo Casale. I particolari sono sfuocati e i nomi dei complici cancellati. Mentre ricorda perfettamente ognuna delle molte decine di rapine che ha ammesso di avere commesso, come quella fatta un mese prima del duplice omicidio nell’ufficio postale di Torre Santa Susanna. I “colleghi di lavoro” per i due episodi sono il cognato Giuseppe Tedesco e Pasquale Orlando. Ma lui in aula dice di non avere più la certezza che fossero stati loro ad aiutarlo, per la rapina invece sì. Evidentemente vuole evitare loro l’ergastolo e li coinvolge in fatti minori. Bullone potrebbe ritornare a parlare in aula se il presidente Perna lo riterrà necessario, ma solo in videoconferenza.

Piero Argentiero

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