Natale a Herat, tra i marò

HERAT – “Fare del bene non ha colore politico né bandiera”: esordisce così Alberto Alpozzi, il fotoreporter torinese che nel mese di dicembre 2011 è stato in Afghanistan, nella zona di Herat, affidata al comando della Brigata Sassari dell’Esercito , dove ha avuto modo “di conoscere e condividere delle esperienze con i ragazzi del Reggimento San Marco", della Marina Militare,di stanza a Brindisi, che sono lì in missione di pace. Alcuni di loro termineranno tra qualche settimana l’impegno operativo con l’Isaf e faranno rientro a casa nei primi giorni di febbraio 2012.

Il marò Ciro Patronelli nel carcere femminile di Herat (ph A. Alpozzi)

HERAT“Fare del bene non ha colore politico né bandiera”: esordisce così Alberto Alpozzi, il fotoreporter torinese che nel mese di dicembre 2011 è stato in Afghanistan, nella zona di Herat, affidata al comando della Brigata Sassari dell’Esercito , dove ha avuto modo “di conoscere e condividere delle esperienze con i ragazzi del Reggimento San Marco", della Marina Militare,di stanza a Brindisi, che sono lì in missione di pace. Alcuni di loro termineranno tra qualche settimana l’impegno operativo con l’Isaf  e faranno rientro a casa nei primi giorni di febbraio 2012.

Occhi spalancati, paura ma anche tanti sorrisi. Queste le emozioni percepite e vissute in pieno da chi su quella terra afghana ci ha messo piede, come Alberto Alpozzi, un fotoreporter di Torino che dal 19 al 29 dicembre scorso è stato nella città di Herat. “E’ stata la mia prima missione – racconta  Alpozzi – e soprattutto averla concentrata in un periodo così particolare dell’anno l’ha resa ancor più emozionante. Ci ritornerò, o almeno lo spero, perché solo così, grazie anche all’affetto dei militari che oramai sono amici, la missione diventa davvero un momento di vita indimenticabile, dove si riesce a toccar con mano l’essenzialità della vita stessa”.

Tanta la violenza che domina lo scenario di questa fase di una guerra ormai trentennale, ma ci sono anche tanto coraggio e umanità da  parte di chi è là per mantenere quanto più possibile una situazione di pace. “Il mio lavoro – racconta il fotoreporter – a differenza di quello quotidiano fatto dai militari, è raccontare attraverso la fotografia, attraverso un obiettivo, ciò che realmente si vive in Afghanistan, in una città distrutta dalla guerra dove donne, uomini e bambini che si danno sostegno a vicenda, quotidianamente, per sopravvivere al meglio e magari anche con un sorriso”.

La foto allegata, è stata scattata proprio da Alberto Alpozzi, durante una visita presso il carcere femminile di Herat e ritrae un marò del San Marco, Ciro Patronelli,  brindisino, in missione di pace dal settembre scorso – e un bambino di circa due anni, figlio di una detenuta afghana. Basta guardare gli occhi di entrambi i soggetti della foto, per percepire le emozioni di entrambi i soggetti.

“La vera beneficienza, il vero aiuto, il più concreto – racconta ancora Alberto Alpozzi – è il lavoro che fanno i militari in missione in Afghanistan. Le armi non sono oggetti per far paura alla popolazione (già assai spaventata per la guerra) ma sono solo un monito per i gli autori di azioni criminali, affinché credano che ci sia qualcuno che ha paura di loro, e poi servono anche per difendersi ovviamente, perché tanto le insidie come le bombe, te le ritrovi ovunque”.

Purtroppo il pericolo, il terrore sono in ogni angolo di Herat, come in tutto il territorio afghano. Ci sono anche bande di criminali comuni che vivono per i traffici di droga e armi, la cui vendita concede loro la sicurezza e il potere di dire “qui è territorio mio e qui comando io”. I militari italiani, fortunatamente, dalla gente normale vengono visti come gli eroi della situazione, come gli eroi che effettivamente sono pronti ogni giorno a difenderli ed aiutarli a risanare una terra, ormai, distrutta. Il carcere femminile, ad esempio, come anche tante altre strutture nuove ad Herat –l’ospedale e le scuole - sono frutto dei fondi stanziati dalla Difesa e dalla Cooperazione, ma la costruzione è stata fatta dalle imprese locali, proprio per dare la possibilità di risollevare una piccola parte dell’economia del Paese.

“Una delle cose fondamentali dei nostri militari è il loro comportamento – racconta ancora il fotoreporter –, il saper rispettare la cultura di un Paese che li ospita è un elemento chiave della gente per non credere che loro sono lì per interessi. Purtroppo a volte, o forse spesso, ciò che fa notizia è la morte, quando invece dovrebbe essere questo messaggio concreto di chi è lì a portare i sorrisi a diventare la notizia principale”.

Basta, a fine giornata, una pacca sulla spalla per andare a dormire serenamente, la soddisfazione di poter dire che anche oggi non c’è stato nessun morto ma che invece si è stati capaci di mantenere un clima di sicurezza e fiducia. Certamente è questa la parte migliore dell’Italia rappresentata in questi scenari tragici dai suoi militari in missione di peace-keeping.

http://www.albertoalpozzi.it/blog/in-afghanistan-ho-trovato-la-parte-migliore-dellitalia.html

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