Scu, si è suicidato il pentito Sandro Campana: accusò il fratello Francesco

Si è impiccato presso la località segreta in cui era sottoposto ai domiciliari. Rivelò i segreti su fatti di sangue della Scu

BRINDISI – Il collaboratore di giustizia Alessandro Campana, fratello del boss Francesco Campana, si è ucciso impiccandosi nella località segreta in cui era sottoposto alla misura degli arresti domiciliari. Originario di Mesagne, aveva 45 anni. L’estremo gesto è stato compiuto nella giornata di ieri (lunedì 30 marzo). Da fonti non ufficiali, soffriva da tempo di crisi depressiva ed era in cura. 

Campana si pentì nell’agosto 2015. Con i suoi verbali ha fatto luce su numerosi fatti di sangue legati alla Sacra Corona Unita. Tra i test chiave del processo scaturito dall’inchiesta Zero, coordinara dalla Procura di Brindisi e della Dda di Lecce, Campana disse di aver saputo i segreti della Scu direttamente dal fratello Francesco, accusato dell’omicidio di Antonio D’Amico, fratello del collaboratore Massimo, sia nei periodi in cui erano liberi, anche se latitanti per sottrarsi a ordini di carcerazione, sia quando erano ristretti in carcere.

Sandro Campana in aula contro il fratello Francesco

“Sono in grado di riferire gli autori di omicidi o fatti di sangue – riferì Sandro Campana al pm della Dda di Lecce - perché ne ho avuto conoscenza diretta, ma io non ho mai ucciso nessuno in venti anni, né ho mai ordinato o autorizzato esecuzioni: a farlo sono stati altri, tutti affiliati, io mi occupavo di estorsioni e droga, ho sempre fatto quello”.

Il pentito racconta: "La mia scalata nella Scu"

In un verbale di 200 pagine consegnato alla Dda, Sandro Campana disse di essersi avvicinato “sin dal ’92 a Eugenio Carbone con il quale camminavo anche prima di affiliarmi, infatti all’epoca, quella formale non era immediata ma seguiva un periodo di prova che poteva durare anche qualche anno”.

“Sono stato affiliato – riferì ancora Sandro Campana – con il grado di terza, corrispondente al quello di sgarrista, poi sono stato elevato al grado di quarta ovvero di Santa nel ’98 ad opera di Eugenio Carbone, Massimo Delle Grottaglie, Franco Solazzo detto Nascone e Giuseppe Rogoli che non era presente fisicamente ma era il capo in testa necessario per conferire il grado”.

Il fatto di non essersi mai sporcato le mani di sangue “non è in contraddizione – disse - con il grado elevato che sino ad oggi ho rivestivo in seno all’associazione. A differenza che nel passato, quando per ottenere un grado elevato era necessario avere al proprio attivo fatti di sangue, oggi le regole sono meno rigide, i rituali meno rispettati, gli stessi gradi hanno perso d’importanza”.

Articolo aggiornato alle ore 10.48 del 31 marzo

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