Traffico di clandestini, lacerata la rete della mafia curda: 30 arresti

BRINDISI - La rete delle organizzazioni criminose che gestiscono il traffico di clandestini è un sistema senza buchi, quasi perfetto. Lo capisci quando la polizia inglese e quella francese chiedono alla squadra mobile e alla procura di Brindisi informazioni sull'inchiesta, le foto dei capi dell'organizzazione, e anche lo schema utilizzato per le indagini. L'Operazione Human Carriers, conclusa oggi con la notifica di 29 ordinanze di custodia cautelare e un solo personaggio sfuggito per ora alla cattura, è anche questo, "un esempio di perfetta sinergia tra magistrato inquirente e polizia giudiziaria", e soprattutto uno dei casi più importanti in assoluto di successo contro la mafia curda, resasi responsabile "di un reato odioso: lo sfruttamento degli ultimi".

Marcello Orlandini 7 aprile 2010

BRINDISI - La rete delle organizzazioni criminose che gestiscono il traffico di clandestini è un sistema senza buchi, quasi perfetto. Lo capisci quando la polizia inglese e quella francese chiedono alla squadra mobile e alla procura di Brindisi informazioni sull'inchiesta, le foto dei capi dell'organizzazione, e anche lo schema utilizzato per le indagini. L'Operazione Human Carriers, conclusa oggi con la notifica di 29 ordinanze di custodia cautelare e un solo personaggio sfuggito per ora alla cattura, è anche questo, "un esempio di perfetta sinergia tra magistrato inquirente e polizia giudiziaria", e soprattutto uno dei casi più importanti in assoluto di successo contro la mafia curda, resasi responsabile "di un reato odioso: lo sfruttamento degli ultimi".

Lo dice il procuratore capo di Brindisi, Marco Di Napoli, che stamani ha illustrato i passaggi essenziali dell'operazione. Cominciando da quel "quasi perfetto". Human Carriers ha infatti all'origine due crepe importanti nel sistema criminoso che controlla il canale dal Kurdistan iracheno sino all'Europa Occidentale: una è stata l'arresto di un personaggio che aveva dimora a Bolzano e che all'epoca (era il 15 dicembre del 2005) era certamente al vertice dell'organizzazione in territorio italiano, Ali Ako, 33 anni, che cominciò la sua collaborazione con gli investigatori il 25 febbraio 2008, sostanzialmente la data di avvio delle indagini sulla rete italiana.

L'altra breccia, questa volta sull'organizzazione in Grecia, l'ha aperta un albanese di Saranda, Jani Zafiri, 43 anni, arrestato a Brindisi il 18 marzo 2008 per aver tentato di far passare la frontiera marittima a 23 clandestini. Anche lui è stato prezioso per le indagini, ma ha ricevuto oggi una delle ordinanze emesse dal gip Alcide Maritati su richiesta del pm Montinaro.

Le accuse per tutti gli indagati (sei dei quali già detenuti), sono quelle di associazione per delinquere finalizzata all'ingresso in territorio italiano di clandestini, con l'aggravante di esserne capi e promotori rispettivamente per 8 personaggi che operavano in Italia, e per quattro della rete ellenica. Nel primo caso si tratta di Dilman Barman, uno dei più attivi, Amir Arsalam Kaiwan, un altro nome che ricorre spesso, Idres Ali, Daban Kassab, Said Muhamad Mahmoud, Emin Senturk, Mshada Giasm Hama e un altro Emin Senturk. I capi dell'ala greca dell'organizzazione sono Mohammad Sidik Aziz, Labros Balafoutis, Sais Panagiotis e Jani Zafiri.

Unica italiana tra i 30 è Marina Carlucci di 26 anni, residente a Nettuno. I curdi di nazionalità irachena sono 20, tre i turchi e altrettanti i greci, un bulgaro, un albanese e un pachistano. All'operazione hanno cooperato le questure di Roma, Bolzano, Treviso, Venezia, Padova e Foggia, il Servizio centrale operativo e la Direzione nazionale anticrimine della polizia di Stato. Le 3200 pagine dell'informativa redatta dalla sezione criminalità extracomunitaria della squadra mobile brindisina portano la firma, oltre che del dirigente Francesco Barnaba, dell'ispettore capo Carmelo Guglielmi (che ha chiuso così la sua carriera, andando poi in pensione).

Ecco la descrizione delle indagini fatta dai magistrati, dal questore Enzo Carella e dagli investigatori della polizia. L'organizzazione greca provvedeva a munire di falsi documenti di espatrio gli immigrati curdi, e poi li faceva entrare in Italia nascosti a bordo di Tir guidati da autisti ellenici e puntando sui porti di Brindisi, Bari, Ancona e Venezia. In Italia i curdi venivano presi in consegna da emissari delle basi operative di Roma e Milano, che poi indirizzavano i clandestini verso Francia, Olanda, Belgio, Norvegia, Svezia, Danimarca, Gran Bretagna, Germania e Svizzera, utilizzando auto o treno e i valichi di frontiera di Bolzano, Como e Ventimiglia.

"Il lavoro della polizia è stato di straordinaria qualità", ha detto il procuratore capo Marco Di Napoli. "A partire dal superamento della difficoltà della traduzione dal curdo: non bisognava solo trovare interpreti capaci, ma anche affidabili per evitare fughe di notizie. Gli 8 mesi di intercettazioni telefoniche si sono rilevati determinanti: altrimenti come ricostruire le relazioni tra gente che operava dalla Grecia con i loro interlocutori in Norvegia?"

Quindi la storia di viaggi in condizioni disumane. Ne sono stati monitorati con certezza 80, grazie agli interventi di verifica attuati sia in territorio italiano che all'estero attraverso rogatorie e il coordinamento dell'Interpol, che ha funzionato anche per le ordinanze da notificare in altri Paesi europei. "Le tariffe per il solo passaggio dall'Italia all'estero variavano dai 600 ai 3mila euro. Muniti di recapiti telefonici, i clandestini dovevano contattare i passeur in territorio italiano e dimostrare di aver pagato in anticipo, oppure dovevano farlo loro amici o parenti già residenti". I soldi andavano versati utilizzando agenzie come Western Union oppure MoneyGram: "Poi erano incensurati a ritirarli. Noi abbiamo arrestato chi lo faceva abitualmente, tralasciando gli occasionali", ha spiegato il procuratore Di Napoli.

Il pm Pierpaolo Montinaro ha analizzato altri due problemi-chiave di Human Carriers. "Il primo quello dell'identificazione: per le 30 ordinanze abbiamo certezze al 100 per cento, per gli altri personaggi che compaiono nelle intercettazioni anche frequentemente come un tale Baktiar, ma sui quali non vi erano elementi inconfutabili, abbiamo scelto di non procedere. Sono stati i contatti tra le squadre mobili italiane ad assicurare spesso le identificazioni in tempo reale rispetto ai colloqui intercettati". Con la cornetta del telefono in mano, come per Mohammed Aso, che si trovava in un centro di accoglienza". Altro punto, quello delle intercettazioni, elemento decisivo: "Sono praticamente in chiaro -ha detto il pm Montinaro- anche se talvolta venivano usati termini come cammelli, polli, sacchetti per alludere ai clandestini".

Le organizzazioni riuscivano a farne passare dai 5 ai 20 al giorno, un fatturato mensile di centinaia di migliaia di euro per ogni tratto della rotta dall'Irak al Paese europeo di destinazione. Qualcuno degli immigrati nei viaggi monitorati dall'indagine è morto? "No, per fortuna no", ha detto il capo della squadra mobile brindisina, Francesco Barnaba. Almeno questo, tra le sofferenze umane registrate in 18 mesi nelle pagine dell'operazione conclusa oggi, non c'è.

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