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Brindisi, emissioni odorigene: come funzionano le cose altrove

Il caso del 23 maggio scorso ad Augusta, dove è attivo il progetto Nose di Arpa Sicilia e Isac-Cnr

BRINDISI – Ciò che accade a Brindisi avviene anche in altre aree produttive della chimica italiana. Con una differenza: mentre a Brindisi si deve constatare l’assenza di adeguati strumenti di monitoraggio pubblici delle emissioni industriali, e si ricomincia a metà 2020 a parlare di rete di centraline più estesa ed efficiente (dedicando il solito silenzio ai ritardi e agli sprechi avvenuti nel passato, fattori che hanno concesso un grosso vantaggio ai gruppi industriali), altrove le capacità di controllo degli enti e delle agenzie locali sono più avanzati.

Non parliamo di Marghera, Ferrara, Ravenna, ma della Sicilia. Un servizio pubblicato sul portale web del Sistema nazionale di protezione ambientale (Snpambiente.it) illustra l’operazione scattata nell’area di Augusta, che assieme a Priolo e Gela fa parte del polo chimico siculo, il 23 maggio scorso, che ha condotto all’individuazione delle fonti di emissioni odorigene che avevano anche causato malori e forti fastidi alla popolazione. Il sospetto ricadeva su emissioni da idrocarburi non metanici.

Il progetto Nose e le emissioni odorigene ad Augusta

Ma in Sicilia è operativo un progetto sperimentale denominato Nose (naso), che vede insieme Arpa regionale e l’Istituto di scienze climatiche ed atmosferiche del del Consiglio nazionale delle ricerce, l’Isac Cnr. Lo studio analitico delle condizioni metereologiche e i rilevamenti delle centraline Arpa nell’area degli impianti petrolchimici della zona, dotate di un adeguato pacchetto di sensori, hanno consentito all’agenzia di protezione ambientale siciliana di circoscrivere le possibili fonti alla penisola di Augusta dove si trovano impianti chimici e dove attraccano le navi che trasportano gas e idrocarburi.

In altre parole, il 23 maggio la parte pubblica ad Augusta aveva in mano gli strumenti per risolvere il “giallo” delle emissioni odorigene, ed ha avuto solo la necessità di ricevere dalla Capitaneria di Porto la lista dei movimenti delle navi e dei carichi. Il resto lo ha fatto Nose. È proprio ciò che manca a Brindisi, 60 anni dopo l’avvio della produzione petrolchimica: una rete di monitoraggio in mano pubblica dotata dei sensori più avanzati che garantisca una reale valutazione “terza” degli accadimenti. Non serve altro: più tecnologia, scienza e ricerca, per un territorio qualificato come Area Sin, ma non attrezzato conseguentemente malgrado le richieste avanzate da Arpa. Chi vuole saperne di più non ha che da usare il link che riportiamo a metà articolo: ci sono 11 pagine molto interessanti da leggere con calma.

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