“Tentato omicidio a Restinco”: condanne ridotte in Appello

La Corte salentina non riconosce l’aggravante della crudeltà: quattro anni in meno a ciascuno degli imputati accusati di aver colpito alla testa un albanese richiedente asilo con calzini riempiti di saponette e un telecomando

BRINDISI – Fermo restando l’accusa di tentato omicidio all’interno del centro di Restinco, la Corte d’Appello di Lecce ha ridotto la pena nei confronti degli imputati finiti sotto processo per aver colpito alla testa un albanese richiedente asilo, con calzini pieni di saponette, e un telecomando.

La sentenza

Le condanne sono state tagliate di quattro anni a testa, perché il collegio presieduto da Vincenzo Scardia (a latere Lariccia e Surdo) non ha riconosciuto l’aggravante della crudeltà contestata inizialmente e ritenuta sussistente dal procuratore generale Nicola D’Amato, con riferimento a quanto avvenne la sera del 28 febbraio 2017.

I giudici hanno condannato per tentato omicidio alla pena di 10  anni di reclusione, con recidiva,  a fronte degli iniziali 14 Abdelkarim Zemouli 35 anni algerino. Otto anni di reclusione, rispetto alla condanna di primo grado a dodici anni di reclusione, sono stati inflitti a  Houssem Arar 25 anni algerino, Zorgati Hichem 19 anni tunisino, Hamdi Zoair 25 anni tunisino, Sabri Jouini 28 anni tunisino,  e Kais Mejdoub 32 anni tunisino. Sono tutti ristretti nel carcere di Brindisi. Era stato riconosciuto  estraneo ai fatti dal Tribunale di  Brindisi, Isham Joullal 42 anni marocchino.

La difesa

Le motivazioni saranno depositate fra 90 giorni. La difesa degli imputati è affidata agli avvocati Paoloantonio D’Amico del foro di Brindisi e Elvia Belmonte del foro di Lecce. Il penalista Cosimo Castrignanò del foro di Lecce ha rappresentato in giudizio l'albanese, come parte civile.

Il ferito

Il giovane albanese, Ilir Cacay, 42 anni, richiedente asilo politico, venne ricoverato in ospedale, al Perrino per un “trauma cranico commotivo, facciale otorragia sinistra e toracico e addominale con vomito”. Si è costituito parte civile nel processo ed è stato sentito in occasione dell’ultima udienza dibattimentale: rispondendo alle domande del pm disse di essere l’unico di religione cattolica. Gli altri sarebbero stati mussulmani.

Gli interrogatori

All’epoca, dinanzi al gip, gli indagati riferirono di aver reagito a vessazioni che l’albanese avrebbe posto in essere nei loro confronti anche nei giorni precedenti, soprattutto durante il pranzo. Raccontarono di liti per il cibo e di sottrazioni di alcuni alimenti.

Nel capo di imputazione è contestata la premeditazione perché “alcuni degli imputati prima dell’azione delittuosa facevano streching e riscaldamento tipico dei pugili”.

I calzini e le saponette

L’albanese sarebbe stato “colpito alla testa con dei calzini con all’interno delle saponette solide”. A sferrare i colpi sarebbero stati Zemouli e Arar, mentre Zoair gli avrebbe sferrato “un colpo allo stomaco”, Jouini, Joillal e Mejdoub, secondo la ricostruzione dei fatti, avrebbero spinto l’albanese e dopo che questi era stata atterrato, Hichem lo colpiva ripetutamente”. Sarebbe stato anche usato “un corpo contundente nella parte inferiore nonostante Cacay fosse ormai a terra esanime”. L’aggressione sarebbe andata avanti usando un “telecomando di un televisore sino a quando questo non si è frantumato”.

Fonti di prova

Fonti di prova alla base dell’imputazione sono state la comunicazione di notizia di reato della Questura, i rilievi eseguiti dal Gabinetto della polizia scientifica con annesse immagini registrate dalle telecamere del sistema di videosorveglianza, le informative degli agenti della Squadra Mobile diretta  dal vice questore aggiunto Antonio Sfameni (di recente trasferito a Messina), il referto medico e gli interrogatori resi dagli imputati in sede di udienza di convalida del fermo.

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