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L'ospedale di Ceglie Messapica

L'ospedale di Ceglie Messapica

Errore del chirurgo, finisce in dialisi e chiede un milione di risarcimento

CEGLIE MESSAPICA – Ha chiesto un milione di euro come risarcimento del danno. Si tratta di una donna di 44 anni, bracciante agricola, di San Michele Salentino. La richiesta è stata avanzata all’Azienda sanitaria di Brindisi e al ministero della Sanità nei confronti dei quali ha iniziato un procedimento civile per i gravi postumi invalidanti permanenti a cui è andata incontro dopo un errato intervento chirurgico per aborto terapeutico, al quale fu sottoposta nell’ospedale di Ceglie Messapica nel 1998.

CEGLIE MESSAPICA - Ha chiesto un milione di euro come risarcimento del danno. Si tratta di una donna di 44 anni, bracciante agricola, di San Michele Salentino. La richiesta è stata avanzata all'Azienda sanitaria di Brindisi e al ministero della Sanità nei confronti dei quali ha iniziato un procedimento civile per i gravi postumi invalidanti permanenti a cui è andata incontro dopo un errato intervento chirurgico per aborto terapeutico, al quale fu sottoposta nell'ospedale di Ceglie Messapica nel 1998.

La bracciante, all'epoca 32enne, fu ricoverata d'urgenza nel reparto di Ostetricia e ginecologia dell'ospedale di Ceglie Messapica. Il primario, Francesco Di Punzio, nel frattempo deceduto, le aveva diagnosticato una malformazione del feto. Non c'era alternativa all'aborto terapeutico. La puerpera, suo malgrado, dovette accettare il grave responso. Fu sottoposta ad aborto. Nel corso dell'intervento, non ci si avvide di un problema che stava insorgendo ad un rene. Le condizioni generali della donna, già madre di un bambino e di una bimba, si aggravarono sempre più.

Il danno provocato dall'intervento chirurgico era decisamente serio tanto da farla finire in dialisi. Il marito della bracciante si affidò all'avvocato Marina Venezia. Il giudizio penale nei confronti del medico si concluse con la condanna a due mesi di arresto (ovviamente pena sospesa) per lesioni colpose gravi. Nonostante questo riconoscimento di responsabilità, l'Azienda sanitaria non ha inteso saperne di risarcire il danno. Nel 2005 la bracciante venne però sottoposta a trapianto di un rene. La qualità della vita migliorò perché non fu più costretta a sottoporsi ogni due giorni alla dialisi.

Ma non ha fatto nessun passo avanti il risarcimento del danno che il giudice penale ha riconosciuto, disponendone però la quantificazione in sede civile. L'Azienda sanitaria respinge ogni addebito. Sarà il giudice a mettere la parola fine a questa vicenda. Che però si trascina. I tempi della giustizia italiana sono lunghi. Prima il cambio del giudice per via del trasferimento in altra sede, poi la solita lungaggine dovuta al sovraccarico dei ruoli civili con udienze che spesso vanno di anno in anno. La bracciante però non demorde. E' la sua battaglia per un'esistenza che ormai è costretta a vivere a metà, per il marito e per i suoi due figli.

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