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Il giudice Galiano resta in carcere, il Riesame rigetta il ricorso

Il magistrato si trova a Melfi, arrestato il 28 gennaio. L'inchiesta si è rivelata un terremoto per il Tribunale di Brindisi

BRINDISI - Resterà ancora in carcere il giudice Gianmarco Galiano: il Tribunale del Riesame ha rigettato la richiesta presentata dal suo legale, Raul Pellegrini. Il magistrato, arrestato lo scorso 28 gennaio in seguito a un'inchiesta-terremoto per il Tribunale di Brindisi e per Francavilla Fontana, si trova attualmente detenuto presso il carcere di Melfi. Le motivazioni verranno depositate entro 45 giorni. La Procura di Potenza, a vario titolo, ha contestato agli indagati le accuse di estorsione, corruzione passiva in atti giudiziari, corruzione attiva, associazione per delinquere, riciclaggio, auto-riciclaggio, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. Oltre alle misure cautelari, il gip ha disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di denaro e beni per un valore complessivo pari a circa 1,2 milioni di euro. Nelle attività di notifica del provvedimento restrittivo e nelle perquisizioni sono stati impiegati circa 100 finanzieri del comando provinciale di Brindisi.

La difesa di Gianmarco Galiano, rappresentata dal legale Raul Pellegrini, ha prodotto memorie per 50 pagine. Il caso che ha destato più scalpore è quello di una presunta estorsione ai danni di una coppia con un figlio disabile. Il giudice Galiano avrebbe preteso non solo la parcella per la prestazione di Federica Spina, ma anche 150mila euro. E perché? Lo spiega il padre del bambino agli inquirenti: il magistrato ha richiesto inoltre 150mila euro, altrimenti in virtù del suo potere avrebbe tolto loro la patria potestà del piccolo, dopo che la coppia aveva ottenuto un risarcimento danni perché il bambino era nato con gravi problemi in seguito a un errore medico. La coppia cede alle richieste, padre e madre si dicono letteralmente terrorizzati. Per la difesa, invece, questo episodio non è un episodio estorsivo. L'avvocato Pellegrini ha prodotto una scrittura privata in cui viene specificato che i 150mila euro sono il saldo della parcella dell'avvocato Federica Spina, all'epoca moglie del giudice Galiano. L'avvocato Spina in un primo momento aveva seguito il caso della famiglia. Poi, nelle cinquanta pagine, la difesa tenta di rispondere colpo su colpo alle accuse degli inquirenti. 

In carcere a Melfi c'è anche il commercialista francavillese Oreste Pepe Milizia. Il pm di Potenza ricostruisce, tra l'altro, il rapporto tra Galiano e Pepe Milizia, dal punto di vista professionale. Galiano è la figura apicale del sodalizio, mentre Pepe Milizia potrebbe essere definito l'organizzatore della presunta associazione per delinquere. Per l'accusa, il primo ha assegnato al secondo diversi incarichi professionali relativi a processi seguiti dal giudice Gianmarco Galiano. Il gip nella sua ordinanza ricostruisce la genesi di questo procedimento, che trae origine da un'indagine del 2015 della Procura di Brindisi. Ma c'è un magistrato di mezzo – lo stesso Galiano – il procedimento va per competenza territoriale a Potenza. Gli inquirenti del capoluogo lucano proseguono le indagini. E' il 4 luglio 2017: la polizia giudiziaria si sposta a Francavilla Fontana e fa visita allo studio del commercialista Oreste Pepe Milizia. Quest'ultimo è molto amico del giudice Galiano. Gli investigatori sequestrano diversi documenti. E si sorprendono: scoprono che il commercialista, tra il gennaio e il luglio 2017, si era prestato e si prestava a predisporre, per conto del giudice finito in manette, le motivazioni di una serie di sentenze pronunciate in esito a processi tributari in seno ai quali il magistrato, componente della sezione XIII – Commissione tributaria regionale Puglia di Bari, ricopriva l'incarico di giudice relatore, ovvero di chi materialmente scrive le sentenze. E' quanto ricostruisce il gip di Potenza, Lucio Setola. Per il giudice del capoluogo lucano, in questo caso, pure se la condotta del collega brindisino è “esecrabile eticamente” e rilevante dal punto di vista disciplinare, non si configura il reato di falso.

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