Cronaca

L'India si impunta e dice no alle richieste dei due marò del San Marco

La Corte Suprema di Delhi si è rifiutata di esaminare le richieste dei due marò italiani in attesa di giudizio da poco meno di tre anni in India. In particolare ha deciso di non valutare la richiesta di Massimiliano Latorre di prolungare di altri 4 mesi la convalescenza in Italia dopo l'ictus di cui ha sofferto a settembre. Permesso che che scadrà il 13 gennaio

DELHI - La Corte Suprema di Delhi si è rifiutata di esaminare le richieste dei due marò italiani in attesa di giudizio da poco meno di tre anni in India. In particolare ha deciso di non valutare la richiesta di Massimiliano Latorre di prolungare di altri 4 mesi la convalescenza in Italia dopo l'ictus di cui ha sofferto a settembre. Permesso che che scadrà il 13 gennaio. I giudici hanno anche respinto la richiesta di Salvatore Girone di poter tornare a casa per Natale e, più in generale, di un ulteriore allentamento delle condizioni imposte per la libertà vigilata. La Corte Suprema ha detto che si deve ora procedere con il processo ad oltre 33 mesi dall'evento, quando il 15 febbario 2012 i due marò vennero accusati di aver ucciso due pescatori indiani scambiati per pirati.

Resta bloccata dunque la vicenda dei due sottufficiali della Brigata Marina San Marco, rispettivamente comandante e vicecomandante del nucleo di difesa antipirateria imbarcato sulla petroliera nazionale Enrica Lexie. Per si può parlare di fallimento delle iniziative italiane di riportare definitivamente a casa Latorre e Girone, in una vicenda cominciata con l'errore di autorizzare la petroliera, che quel giorno era in acqua internazionali quando giunse l'intimazione indiana a fare rotta verso il Kerala per l'avvio delle indagini che assurdamente non sono ancora concluse. I due marò sono rimasti ostaggio di meccanismi giudiziari infiniti e condizionati dalle pressioni politiche interne all'India, la petroliera invece se ne tornò in Italia il 5 maggio di quell'anno sulla base di una fidejussione di 30 milioni di rupie, poco più di 420mila euro.

Si ha la netta impressione che vi siano anche difficoltà in Italia a far luce sulle dinamiche che condussero alla scelta di fare rientare in acque indiane la petroliera, pur sostenendo ufficialmente, da parte dell'Italia, l'estraneità all'incidente e il diritto a celebrare comunque in Italia il processo, sancito dal diritto internazionale.



 

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