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Intervento/ "Pd-Grillo unica via"

Quando un paese rimane bloccato per decenni, senza realizzare le indispensabili riforme sul piano istituzionale, sociale ed economico, prima o poi finisce per implodere. Questo è il segnale inequivocabile che viene dall'affermazione straordinaria del M5S nelle recenti elezioni politiche. Certo, la responsabilità delle condizioni disastrose in cui versa il paese, è da addebitarsi, soprattutto, a Berlusconi, che nei lunghi anni di governo si è preoccupato solo di tutelare i suoi interessi personali, consolidando l'area del privilegio ed il mondo dell'illegalità, e molto meno ai governi di centro-sinistra, che per la loro debolezza e breve durata hanno mancato l'obiettivo di attuare incisive riforme di struttura.

Quando un paese rimane bloccato per decenni, senza realizzare le indispensabili riforme sul piano istituzionale, sociale ed economico, prima o poi finisce per implodere. Questo è il segnale inequivocabile che viene dall'affermazione straordinaria del M5S nelle recenti elezioni politiche. Certo, la responsabilità delle condizioni disastrose in cui versa il paese, è da addebitarsi, soprattutto, a Berlusconi, che nei lunghi anni di governo si è preoccupato solo di tutelare i suoi interessi personali, consolidando l'area del privilegio ed il mondo dell'illegalità, e molto meno ai governi di centro-sinistra, che per la loro debolezza e breve durata hanno mancato l'obiettivo di attuare incisive riforme di struttura.

Tuttavia, quando la crisi esplode non "guarda in faccia a nessuno" e l'onda d'urto travolge tutto e tutti. E' quello che è successo con l'emorragia di voti subita dalle forze politiche tradizionali ( PdL, Pd, Lega) a favore del movimento di Grillo, il quale ha avuto la capacità di intercettare e di incanalare la protesta sociale montante e la contestazione del sistema dei partiti, così come strutturati, da parte di settori sempre più ampi di popolo.

Fino ad alcuni mesi fa i dirigenti del Pd, dopo il declino, che sembrava certo, del Cavaliere, avevano nutrito l'illusione che "passata la nuttata" ( i lunghi anni di predominio del centro-destra ), toccasse a loro governare il paese e lo stesso personale, che non era riuscito in passato a sconfiggere o a contenere Berlusconi, si preparava alla successione, per una sorta di improbabile automatismo. Chi ha fatto saltare tale schema mentale, richiamando tutti alla realtà è stata l'irruzione sulla scena interna del partito della figura di Renzi, che, portando avanti con decisione la battaglia del rinnovamento del partito, ha fatto emergere il diffuso malessere presente tra gli elettori del centro-sinistra e l'insofferenza verso la nomenklatura, considerata responsabile di tenere ingessato il partito.

Sappiamo come si è conclusa la fase delle "primarie", con l'affermazione notevole del sindaco di Firenze, ma con la prevalenza di Bersani, sostenuto dall'apparato e dall'organizzazione interna. Io stesso, che al primo turno avevo votato per Vendola, al secondo turno avevo finito per sostenere Bersani, ancora prigioniero di una visione "partitocentrica" della politica, di ascendenza gramsciano-togliattiana, visione questa certamente valida in passato ed in un diverso contesto storico. Il rinnovamento delle liste del Pd indubbiamente vi è stato con l'elezione di molti giovani, soprattuto donne, ma il peso determinante dell'apparato si è fatto sentire nella promozione di candidati di area, proiezione delle diverse anime del partito.

Tutti abbiamo seguito con partecipazione la campagna elettorale del centro-sinistra e, pur apprezzando la chiarezza ed asciuttezza di linguaggio di Bersani, avremmo preferito che egli si fosse immedesimato con minor zelo nel ruolo di presidente del consiglio "in pectore", usando un tono meno dimesso e più speranzoso nelle sue esposizioni programmatiche. Ma, a nuocergli, senza dubbio, è stata l'insistenza a prospettare, in caso di vittoria, un governo Bersani - Monti, che si sarebbe tradotto nello spostamento al centro dell'asse del futuro governo, con quello che ciò avrebbe comportato sul piano della realizzazione del programma.

E' vero che quella proposta aveva lo scopo di rassicurare i mercati e le cancellerie estere, ma il risultato più rilevante è stato quello di spaventare ampie fasce di elettorato, impoverito dalla crisi, timoroso che tale governo potesse dare seguito al programma "lacrime e sangue" e di rigida austerità a senso unico, attuato da Monti. Viceversa, Berlusconi, maggiore beneficiario del governo dei tecnici, che a suo tempo gli aveva impedito una caduta rovinosa, assumendosi il ruolo di quello che in gergo viene definito "lavoro sporco", con l'approvazione di misure economiche impopolari, rinviate dal Cavaliere, ha seguito con furbizia in campagna elettorale una impostazione diametralmente opposta, ciocchè spiega la sua "resurrezione", smarcandosi e contrapponendosi a Monti, per dimostrare che "si stava meglio quando si stava peggio" e che, mentre i suoi governi non avevano "messo le mani nelle tasche degli italiani", Monti li aveva vessati con l'Imu ed altre imposizioni e che i futuri governi Bersani - Monti lasciavano presagire il peggio.

Inoltre, si era sopravvalutato l'impatto elettorale che avrebbe avuto "la salita in politica" di Monti, immaginando, a torto, che l'affidabilità ed indubbio prestigio a livello internazionale del professore si sarebbe tradotto, come per incanto, in affermazione elettorale della sua lista, non tenendo conto che "le castagne dal fuoco tolte" al Cavaliere avrebbe avuto il prezzo di alienargli simpatia e popolarità nel vasto elettorato.

Siamo al punto che lo schieramento di centro-sinistra non ha nè vinto, nè perso le elezioni, rimanendo sospeso in una specie di "limbo", con il risultato che per costituire una maggioranza di governo le alternative sono o "il governissimo" o l'alleanza in forme inedite con il M5S. Esclusa la prima ipotesi (caldeggiata dal Cavaliere, che si sente confinato in angolo ), per evidenti ragioni di incompatibilità tra i due schieramenti, pena, se fosse attuata, la disarticolazione del Pd e della compagine di centro-sinistra, non rimane che praticare con pazienza e determinazione l'alta ipotesi, per dare un governo di scopo al paese, per l'attuazione di alcuni punti programmatici, dove più alta può stabilirsi la convergenza tra centro-sinistra e M5S.

E' da augurarsi che ad un'intesa si possa giungere per ragioni di convenienza per ambedue i contendenti: la realizzazione, infatti, di alcuni punti rilevanti di un comune programma, da una parte, rilegittimerebbe agli occhi dell'elettorato il centro-sinistra come forza autenticamente riformista, e dall'altro, il M5S si rivelerebbe non solo movimento di protesta, ma forza fortemente interessata a conseguire risultati importanti per la trasformazione del paese.

Un ulteriore spinta ad un possibile accordo potrà esercitarla la consapevolezza che, qualora venisse meno, si va a nuove elezioni politiche generali e la posta in gioco, in tale ipotesi, sarà Europa sì od Europa no, con il rischio, in caso di vittoria del no della fuoriuscita dalla zona Euro, cui seguirebbe fatalmente il fallimento "tout court" del nostro paese.

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