Emigrare o rimanere, l'eterno dilemma

BRINDISI - L'intervista a Tommaso Scardicchio, emigrato a Londra, ha riaperto il dibattito sull'eterno dilemma: emigrare per realizzare i propri sogni, oppure restare a casa "per amore della propria terra”? Tra le due posizioni, anch'io spero che i miei figli scelgano di andar via. Per questi motivi...

La partenza del corteo da via Togliatti (Ph Gianni Di Campi)

BRINDISI - L'articolo dedicato a Tommaso Scardicchio, il trentaduenne brindisino emigrato a Londra che ha invitato i giovani brindisini a fare le valigie per cercare un lavoro e una vita migliore, è stato tra i più seguiti e discussi della settimana, lo hanno letto oltre 10.000 persone.

Si tratta di un argomento che genera sempre forti attriti e diversità di vedute. È accaduto anche questa volta, almeno a giudicare dai commenti che l'intervista a Scardicchio ha stimolato sulla nostra pagina facebook. Ricordo che tre anni fa un apprezzato manager italiano, Pierluigi Celli, scrisse su Repubblica una lettera a suo figlio, e il titolo diceva tutto: «Figlio mio, lascia questo Paese».

Tra chi condivide le parole di Tommaso (e di Celli) e quanti hanno commentato in maniera negativa, sto di gran lunga con i primi. E spiego per quali motivi.

Anch'io venticinque anni fa, per diversi motivi, decisi di rimanere a Brindisi, ma ho sempre pensato che altrove sarebbe andata meglio e rimarrò per sempre con quel dubbio nella mente.

Ho continuato a lavorare e a scrivere in una città che per fortuna è molto migliorata rispetto a quando ero ragazzo: i miei figli, e i giovani che oggi hanno vent'anni, non hanno conosciuto il contrabbando, non hanno sentito le bombe che esplodevano ogni notte, non hanno vissuto la mattanza per le strade ad opera della Scu, non sanno nemmeno cosa sia la Scu...

Vivono sicuramente in una città più bella e più vivibile, ma quando si diplomeranno scopriranno di vivere in un mondo diverso, dove le cose, quando funzionano, spesso funzionano al contrario.

Si accorgeranno che in questo Paese, e ancora più in questa città, non viene riconosciuto il merito, ma l'amicizia col potente di turno. Si ritroveranno ad inseguire un tirocinio o uno stage pagato dalla Provincia o dalla Regione, perché nessuna azienda potrà permettersi di assumerli. Inizieranno collaborazioni a tempo determinato che diverranno a tempo infinito.

Scopriranno di vivere in una città e in un Paese in cui le incompetenze vengono premiate con incarichi e poltrone, e dove perfino chi strombazza di essere diverso dagli altri nomina gente (amici) che non ha mai studiato, lavorato, costruito qualcosa di buono che sia rimasto e che rimarrà.

Se poi qualcuno di loro sarà così coraggioso da avviare un'impresa, dopo un anno scoprirà che dovrà versare allo Stato il 50% dei guadagni (se ne avrà avuti), mentre all'estero la maggior parte dei governi si accontenta del 25% (al massimo) e riesce perfino a far funzionare i servizi.

Viviamo in una provincia in cui il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 30% della popolazione: il 30% per cento! Ci vorranno almeno due generazioni per porre riparo ai danni causati dalla mia generazione e da quella che ci ha preceduto.

Pierluigi Celli, nella lettera al figlio che oggi in qualche modo qui scimmiotto, scrisse queste parole: «Avremmo voluto che questo Paese fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché».

Sono passati quattro anni da quella lettera pubblicata su Repubblica, e la situazione non è cambiata, anzi è molto peggiorata.

Ecco perché anch'io spero che i miei figli e i ragazzi che oggi escono dalle Università non commettano il mio errore, e che una volta finiti gli studi prendano l'aereo e vadano a fare esperienza altrove, in posti dove si può ancora sognare. Perché qui i loro sogni resteranno tali, mentre altrove si possono ancora avverare.

Questo non vuol dire, come hanno sostenuto in molti nei commenti all'intervista a Tommaso Scardicchio, "non amare la propria città" oppure "sputare nel piatto in cui si è mangiato".

Significa solo prendere atto che quel piatto è vuoto e lo rimarrà per almeno altri 20 anni e non trovo giusto che una generazione innocente paghi le conseguenze di questo disastro.

Giuseppe Danese, imprenditore e presidente del distretto regionale della Nautica, ha detto ieri: «Quello che avete scritto è molto brutto, ma è terribilmente vero». Ecco, il problema è questo: nascondere la verità dietro l'amore per la propria terra, non serve a nulla. Tanto più che oggi, grazie ai voli low-cost, si può vivere e lavorare altrove senza tagliare il cordone ombelicale con Brindisi e l'Italia.

E in ogni caso, penso che anche il più grande amore non giustifichi la rinuncia alla propria vita e ai propri sogni. Tommaso ha deciso di vivere e di sognare. Spero che i miei figli facciano lo stesso.

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