“Proposi una mucaria al sindaco di Villa Castelli: erano soldi, ma non andò in porto”

Pecere sui rapporti con Caliandro, che ha sempre respinto l'accusa: "Prima gli feci un prestito e gli diedi 5mila euro per le elezioni”. Ha risposto anche sulla escort

Vitantonio Caliandro

CAROVIGNO – “Proposi una mucaria al sindaco, erano dei soldi che gli avrei dato se il Comune di Villa Castelli ci avesse pagato 350mila euro anche a rate, per chiudere una volta per tutte il contenzioso sui cassonetti per la raccolta dei rifiuti: Vitantonio Caliandro annuì, ma non disse né si, né no, poi la cosa non andò in porto”.

La proposta dell’imprenditore

Angelo Pecere-2L’imprenditore Angelo Pecere (nella foto al lato), amministratore di fatto della società Reteservizi assieme a Pasquale Leobilla,  ha ricostruito i rapporti con il politico di Villa Castelli. Sono tutti e  indagati nell’inchiesta Hydra, nata sull’affidamento dell’appalto per la raccolta dei rifiuti in diversi Comuni, non solo del Brindisino. Gli imprenditori furono arrestati, in carcere, alla fine di ottobre dello scorso anno. Ottennero i domiciliari dopo aver reso dichiarazioni “confessorie”. Caliandro ha sempre respinto ogni accusa. Nei giorni scorsi, Pecere ha risposto alle domande del giudice Vittorio Testi, di fronte al si è svolto l’incidente probatorio, ottenuto dal pm Francesco Carluccio, in vista del processo.

Secondo l’accusa, imbastita inizialmente dal sostituto procuratore Milto Stefano De Nozza, a Villa Castelli “emerge con chiarezza un duraturo rapporto di reciproco scambio di favori tra la Reteservizi e Caliandro, dapprima in quanto candidato sindaco con l’elargizione della somma di cinquemila euro come contributo alla campagna elettorale del 2014 e, successivamente, in quanto eletto, momento in cui Pecere e Leobilla elargiscono altre e diverse somme di denaro ottenendo in cambio la promessa di corsie preferenziali nell’affidamento del servizio di gestione dei rifiuti”.

Il prestito di tremila euro

“Il sindaco di Villa Castelli, Caliandro, era in difficoltà e mi chiese dei soldi: una volta un prestito di tremila euro, glieli diedi di fronte alla Provincia”. Secondo i ricordi dell’indagato sarebbe avvenuto nel periodo di Natale 2012. Il pm ha chiesto: “E poi glieli ha restituiti?”. Risposta secca: “No”. Il gip: “Quindi glieli ha regalati, non prestati”. E Pecere: “Mi voleva fare l’assegno e disse quando te lo puoi incassare, lo incassi e io dissi, no, dai non ti preoccupare, poi quando ce li hai, me li dai”.

Il pm ha chiesto anche se in quella occasione, il sindaco disse altro. “Si. Disse c’è una gara alla Provincia, perché non la fai?. Andammo all’albo pretoria e c’era una gara che era già scaduta. L’unica. Vabbe’ – dissi – mi ha preso pure in giro”.

La campagna elettorale e il contributo

Pasquale Leobilla-2Secondo Pecere, ci sarebbe stata un’altra occasione in cui Caliandro ebbe del denaro: “In campagna elettorale, nel 2014”. “Io di mia iniziativa gli portai un contributo elettorale di cinquemila euro, perché volevo che lui doveva ritornare a fare il sindaco. Lui (Caliandro, ndr) non me li ha chiesti questi soldi”. A Leobilla (foto accanto) lo disse dopo. “Erano soldi miei personali, Leobilla poi di mi diede 2.500 euro, perché voleva pure lui che vincesse Caliandro. Aveva interesse. Non per futuri appalti, si provava un’antipatia, un odio, per il sindaco che stava in carico, Nigro, il nipote (di Caliandro, ndr) che l’aveva maltrattato. Mise il nipote e dopo tre-quattro mesi lo cacciò dalla maggioranza”. Altra storia, questa. Storia di uno scontro politico-amministrativa che si intreccia con quella familiare, ma che non ha alcuna rilevanza nell’inchiesta.

Il contenzioso con il Comune

Ad avere un peso, invece, è il contenzioso che la società Reteservizi aveva con il Comune di Villa Castelli. Il pm ha chiesto se Pecere e Leobilla e quindi Retersevizi avessero, all’epoca, “un interesse motivato dal fatto che se ci fosse stato Caliandro come sindaco, si poteva trovare un accordo per quel contenzioso”. La risposta: “Sì. Noi nel 2010-2011 aprimmo un contenzioso con il Comune perché, al di là delle intercettazioni, abbiamo svolto un servizio aumentando il numero degli addetti al servizio di raccolta dei rifiuti, così come i cassonetti. Chiedemmo intorno al milione di euro e il processo stava per finire, quasi si stava per concludere e se vinceva Caliandro pensai: ‘Andiamo, vediamo di fare l’accordo, una transazione, per prendere questi soldi qua’”. Pecere ha ribadito che i cassonetti c’erano, a differenza di quanto detto da suo fratello non sapendo di essere intercettati: “Tanto i cassonetti sempre li stessi sono”. E che furono impiegati quattro mezzi in più e altrettanti operai: “Lo possiamo dimostrare”.

Il testimone

Nel contenzioso,  era previsto l’ascolto di un geometra del Comune, come testimone. “Al sindaco gli dico, senti la settima prossima il geometra dovrebbe essere sentito, per favore fallo andare, sennò questa causa non la finiamo più, perché l’ultima volta non si è presentato. Lui mi disse, vai e diglielo tu”. Il giudice, a questo, è intervenuto e ha chiesto: “Le sembra normale, tutto questo?”. Pecere: “No, ma io i cassonetti li ho messi veramente, quindi dissi al geometra, vai a di’ la verità. Io stavo nei guai, giudice”.

L’interesse di Reteservizi

Francesco Carluccio-2Il giudice: “Portava cinquemila euro al sindaco, candidato, e stava nei guai?”. “Era un contributo elettorale con la speranza che doveva vincere, in modo che potevano prendere i rapporti per il lavoro, anche per il nostro contenzioso. L’interesse era di Reteservizi”, ha detto Pecere. E ancora: “Io con i cinquemila euro feci un investimento perché avevo bisogno dei nostri soldi. Non potevo aspettare perché Equitalia ci assillava, avevamo problemi a pagare i fornitori. A noi qualsiasi somma ci andava bene, anche con 200mila euro risolvevamo”.

C’era un accordo con Caliandro? “Allora, io vado a casa di Caliandro e dico: ‘Vedi, quello che vuoi, chiudiamo. Mo lo porto in Consiglio comunale, mo in Giunta, però io vedevo che lui non lo voleva fare, aveva paura e io lo assillavo, lo pressavo. Chiudiamo a 350, quello che vuoi tu, ti prendi. Ma lui ripeteva: ‘Aspettiamo la causa, quando finisce vediamo’. Aveva paura della politica, dell’opposizione, di Barletta che era consigliere comunale di opposizione”. (Nella foto al lato il pm Francesco Carluccio)

Il sindaco

Il sindaco Caliandro accettò o meno? “Annuì, non disse non li voglio e neppure sì li voglio. Poi disse vediamo se 300mila euro te li do in cinque o sei anni, a tranche di 50mila euro l’anno, che soldi in cassa non ce ne sono”. Sarebbe in questo contesto che Pecere, intercettato, avrebbe detto al suo socio Leobilla: “Poi gli diamo una mucaria, se le cose vanno in porto”. La speranza – ha detto l’indagato – era che Caliandro si impegnava a farci avere questi benedetti soldi, quindi dissi mo’ provo a dire così che la prima tranche te la do a te”. Il sindaco non si impegno per questa transazione, stando a quanto ha riferito lo stesso Pecere: “Diceva fai incontrare gli avvocati, poi è uscita la sentenza che è stata negativa e abbiamo fatto ricorso”. Quindi la transazione si sarebbe arenata. 

La escort e lo sfruttamento della prostituzione

Il giudice Vittorio TestiPecere è stato sentito anche sul capitolo relativo alla prostituzione di una donna rumena arrivata in Italia, a sua volta finita sotto inchiesta. Secondo l’accusa l’imprenditore e Leobilla avrebbero “condiviso l’offerta di prestazioni di prostitute anche con Giuseppe Velluzzi”, ingegnere, consulente esterno per diversi Comuni. Indagato anche lui nel troncone degli appalti. Pecere ha confermato e ha aggiunto che ci sarebbe stata anche una donna italiana, “una escort” di nome Rossella. Ha indicato il solo nome di battesimo, probabilmente non reale. “Gli incontri – ha detto al pm – sono stati organizzati da noi tre, me Leobilla e Velluzzi”. Versione coincidente con quella che l’indagato rese nel corso dell’interrogatorio al pubblico ministero all’indomani dell’arresto. (Nella foto al lato il gip Vittorio Testi)

Leobilla, secondo il pm, avrebbe garantito a una ragazza rumena “un discreto guadagno dalla sua attività di prostituta, procurandole una serie di appuntamenti” nella cerchia delle sue conoscenze. Le avrebbe fatto ottenere la residenza, la carta d’identità, il codice fiscale e anche “l’apertura di un conto corrente bancario nonché l’assistenza sanitaria”. Tutto “grazie alle sue amicizie”. In tal modo avrebbe “garantito pure l’assunzione fittizia presso la Reteservizi srl benché la donna vivesse all’esterno, venendo sporadicamente in Italia per esercitare il meretricio, per periodi di una o due settimane, ogni due-tre mesi”.

Sarebbe stato possibile guadagnare sino a duemila-2500 euro durante il soggiorno a Carovigno, con incontri con personaggi di un certo livello: c’erano politici e liberi professionisti.


 

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