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Cronaca

Dopo il caso Tecnova, indagini delle procure sui "caporali" del fotovoltaico

BRINDISI - I presunti schiavisti del fotovoltaico adesso hanno un volto e un nome, si tratta di persone legate a filo doppio, anche formalmente, alla azienda spagnola Tecnova, finita nel mirino della procura leccese dopo la rivolta dei lavoratori immigrati. Gente che oggi rischia il rimpatrio dato che, dopo la scomparsa nel nulla dell’azienda, non hanno più un contratto di lavoro che ne giustifichi dal punto di vista legale la permanenza in territorio italiano. La beffa dopo il danno dunque, ma non per molto. I magistrati stanno dando la caccia ai mediatori italiani, quelli che hanno reclutato la manodopera a basso prezzo, finita nei campi da mane a sera a istallare pannelli per la produzione di energia solare come qualche secolo fa nei campi di cotone. Da qui a breve potrebbe scattare un blitz di proporzioni mai viste, la ribellione ha prodotto i suoi frutti, e anche il prefetto Nicola Prete che questa mattina ha incontrato i sindacati ha annunciato “sorprese”.

BRINDISI - I presunti schiavisti del fotovoltaico adesso hanno un volto e un nome, si tratta di persone legate a filo doppio, anche formalmente, alla azienda spagnola Tecnova, finita nel mirino della procura leccese dopo la rivolta dei lavoratori immigrati. Gente che oggi rischia il rimpatrio dato che, dopo la scomparsa nel nulla dell'azienda, non hanno più un contratto di lavoro che ne giustifichi dal punto di vista legale la permanenza in territorio italiano. La beffa dopo il danno dunque, ma non per molto. I magistrati stanno dando la caccia ai mediatori italiani, quelli che hanno reclutato la manodopera a basso prezzo, finita nei campi da mane a sera a istallare pannelli per la produzione di energia solare come qualche secolo fa nei campi di cotone. Da qui a breve potrebbe scattare un blitz di proporzioni mai viste, la ribellione ha prodotto i suoi frutti, e anche il prefetto Nicola Prete che questa mattina ha incontrato i sindacati ha annunciato "sorprese".

Un altro fatto certo è che sta per passare nelle mani della procura brindisina un fascicolo gemello dato che almeno 240 sui 1100 lavoratori "ridotti in schiavitù" hanno lavorato in territorio messapico, nei campi fra Erchie, San Donaci, San Pancrazio, Cellino e dintorni. Qui è anche giunta una lettera con almeno un nome. La Tecnova non sarebbe l'unica azienda coinvolta, pare infatti che gli spagnoli siano solo appaltatori dei lavori di costruzione. Non è un caso che alle porte dei sindacati e della magistratura stessa, dopo il puzzo di letame rimestato dai lavoratori, stia bussando l'azienda proprietaria delle concessioni, la Ute.

I legali rappresentanti di questa società saranno a Brindisi nei prossimi giorni, "disponibili al confronto", dicono. Confronto che, magari, verrà, ma dopo. Intanto qualcuno deve dare le mensilità spettanti ai lavoratori, altrimenti va tutto a carte quarantotto, come si dice, e gli operai immigrata saranno costretti a riprendere le navi della disperazione verso la patria dalla quale sono scappati. E se la Ute è l'appaltante, ci sono regole precise che la vincolano a determinate responsabilità anche per ciò che Tecnova ha fatto.

Ai sindacalisti riuniti questa mattina in prefettura - c'era l'Ugl con Ercole Saponaro, la Cgil con Michela Almiento, la Cisl con Corradino De Pascalis e la Uil con Giovanni Albano - il prefetto Nicola Prete ha garantito che saranno scandagliate d'intesa con il questore tutte le possibilità concesse dalla legge per garantire ai lavoratori un permesso di soggiorno temporaneo, fintanto che non riusciranno a ritrovare un minimo di serenità contrattuale. Le organizzazioni hanno chiesto anche che, per la prima volta dalla costituzione, venga convocato un tavolo di concertazione per la legalità, come prevede il protocollo siglato a Brindisi (primissimo in Italia), nel 2009.

Che ci si sieda intorno a un tavolo dunque, autorità, sindacati, lavoratori, organizzazioni datoriali, per un censimento degli impianti in fase di realizzazione, la manodopera impiegata, le tipologie contrattuali applicate. Per vedere quello che fino ad oggi era invisibile, fino a quando gli schiavi di ultima generazione hanno detto no. Hanno detto basta. Restituendo identità a se stessi insieme alla rivolta, che è diventata fatto collettivo, di questa terra tutta. La linea Maginot fra immigrati e indigeni, grazie a questa ribellione, è abbattuta. A proposito di invisibili. Gli spagnoli di Tecnova, a quanto pare, non sono proprio spariti come si dice.

Qualcuno giura di averli visti in un noto locale sul lungomare qualche sera addietro. Qualcun altro ancora dice addirittura che i lavori nei campi proseguano nottetempo. Basterebbe dare un'occhiata, per verificare se è vero oppure no. Certo è che non si abbandonano dall'alba al tramonto investimenti milionari, e solo un dettaglio che nel patrimonio Tecnova ci siano anche i mezzi aziendali con i quali i lavoratori continuano a spostarsi fra Brindisi e Lecce. Non ci si dilegua nel nulla quando ci sono milioni di euro investiti nei campi, lavori da completare, guadagni futuri che aspettano, colate d'oro in nome delle quali tutto questo è successo. Sulla pelle di chi non importa. Non si volta le spalle a tutto questo, nemmeno se ad aspettare, al varco, c'è una popolazione operaia di 1.100 lavoratori incazzata nera.

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