Di Emidio, a caccia del tesoro di Buccarella, torturava e uccideva

BRINDISI – Alle 14,15 Vito Di Emidio lascia l’aula della Corte di assisse. Ha concluso la sua due giorni di pentito-accusatore ma non tanto. “Presidente – ha detto pochi minuti prima il pubblico ministero Alberto Santacatterina - ho finito il mio esame. Devo ancora una volta sottolineare che Di Emidio di tutto si ricorda con precisione, anche delle cose minime, mentre non riesce a ricordare i suoi complici di due episodi così gravi come il duplice omicidio di Giacomo Casale e Leonzio Rosselli e quello di Giuliano Maglie”.

Vito Di Emidio, Bullone

BRINDISI – Alle 14,15 Vito Di Emidio lascia l’aula della Corte di assisse. Ha concluso la sua due giorni di pentito-accusatore ma non tanto.  “Presidente – ha detto pochi minuti prima il pubblico ministero Alberto Santacatterina - ho finito il mio esame. Devo ancora una volta sottolineare che Di Emidio di tutto si ricorda con precisione, anche delle cose minime, mentre non riesce a ricordare i suoi complici di due episodi così gravi come il duplice omicidio di Giacomo Casale e Leonzio Rosselli e quello di Giuliano Maglie”.

Santacatterina ha in tutti i modi cercato di far dire a Di Emidio i nomi dei complici, peraltro dallo stesso pentito fatti mettere a verbale nel 2001 subito dopo essere stata accettata la sua richiesta di collaborazione. Niente da fare. Non li ricorda o, come appare più probabile, non ha voluto ricordare il nome del cognato Giuseppe Tedesco e dei suoi amici Pasquale Orlando e Daniele Giglio, tutti e tre detenuti (Tedesco per questo processo, gli altri due per altri reati), presenti nelle udienze di ieri e di oggi.

Bullone, è il soprannome del pentito, ha ricordato, anche se a volte ha dovuto riflettere, particolari persino insignificanti. Ieri ha parlato dei pupazzetti disegnati sul casco da motociclista che indossava al momento dell’irruzione nello stabilimento di Francesco Guadalupi, presidente di Assindustria, primo assassinio di Di Emidio, all’epoca killer in carriera, poi diventato il più temuto dei sicari della Sacra Corona per la sua fama di torturare le persone prima di ammazzarle. E infine, tre giorni dopo la cattura, pentito.

Quasi certamente per calcolo non per vero pentimento. Lo ha dimostrato in questi due giorni di interrogatori. Fermo e preciso su tante cose, affetto da amnesia su altre; a volte dimesso, quasi a voler far vedere di essere intimamente pentito dei tanti crimini da lui commessi in ventiquattro anni di “attività” , altre volte con il sorriso beffardo su quel viso dagli occhi freddi, inespressivi.

L’udienza di oggi è iniziata alle 9,30. Il presidente della Corte (Gabriele Perna) lo aveva annunciato ieri di voler terminare entro oggi esame e controesame di “Bullone” sia per gli omicidi sia per le rapine e le estorsioni. Ed ha guidato il processo egregiamente in porto. Riservandosi di valutare un successivo interrogatorio di Di Emidio in videoconferenza per il necessità che la difesa degli imputati potrebbe ravvisare in merito alle rapine e alle estorsioni.

Ha disposto l’acquisizione dei verbali di interrogatorio di Di Emidio sulle rapine e le estorsioni dopo avere ottenuto il parere favorevole di Santaccatterina e di Manfreda Fiormonte, difensore di “Bullone”, con il parere contrario di Vito Epifani, legale di Tedesco. Ma poi si è arrivati ad una soluzione condivisa, e cioè la possibilità di una video conferenza per i reati ritenuti minori solo perché gli altri sono omicidi.

Nell’udienza di oggi si è parlato degli omicidi di Antonio De Giorgi, Antonio Luperti e Scarcia Giuseppe. Ieri la lista di omicidi era stata molto più lunga. Di Emidio per questi omicidi ha descritto preparazione, fase esecutiva e moventi. Ed anche gli esecutori, con nomi e cognomi. Per lo più persone morte, o pentiti o gente con la quale ha rotto i rapporti.

Di Emidio, lo ha ripetuto oggi, “condannava a morte” per il timore che potessero agire contro di lui, o per dare una lezione trasversale. “Ero affiliato ma me ne fregavo un po’ di tutti – ha detto Bullone -. Quando avevo bisogno di soldi facevo quello che ritenevo”. Come per la scoperta del tesoro di Salvatore Buccarella, suo ex boss di riferimento, che poi tradisce per il mesagnese Massimo Pasimeni. Per scoprire dov’è nascosto quel denaro tortura e ammazza.

Bullone ammazza. Una volta finiti in mano sua non si poteva uscirne vivi. E’ il caso anche di Giuseppe Scarcia. Lui sospetta che gli ha teso una trappola perché ad un appuntamento non si presenta. Lo preleva da casa assieme a Marcello Ladu, Pasquale Tanisi e Antonio Tarantini. Lo portano in campagna dalle parti di Carmiano e lo “interrogano”. Scarcia dice che lui non poteva andare a quell’appuntamento perché sottoposto a sorveglianza speciale, per cui non poteva uscire di sera, e che era stato solo incaricato di fissarlo. “Si, gli ho creduto in parte – risponde al pubblico ministero – ma non potevo riportarlo indietro perché avrebbe potuto dire in giro che ero stato io a sequestrarlo. E l’ho ucciso”. Come? A colpi di pietra in testa e poi finito con una fucilata. Figuriamoci se non gli avesse creduto, a Scarcia.

Si è passati alle rapine e alle estorsioni. Per il colpo alle Poste di Torre Santa Susanna ha ricordato tutto. Era con Tedesco e Orlando. Il pm gli chiede quando è stata fatta questa rapina e Di Emidio snocciola giorno mese e anno. “Che strano – replica Santacatterina -, di questa rapina ricorda tutto. L’omicidio di Casale e Rosselli verificatosi a distanza di trenta giorni ha ricordi molto vaghi. Non ritiene che è strano?”. E Di Emidio: “Giudice, ne ho commesse tante. Come faccio a ricordarmi tutto?”.

Anche per altre rapine ha ricordato ogni dettaglio, persino le vetture e i motori potenziati che montavano su questi mezzi. Rapine a privati, finite con omicidio come quel povero commerciante di San Michele Salentino, e agli stessi contrabbandieri. Prendeva dove poteva. Ha riferito degli attentati al negozio Cuba Libre, alla Conad, alla Gum, alla Volkswagen. Una notte ci furono ben tre attentati. Alcuni venivano fatti per avere soldi, altri per intimorire i commercianti.

Quindi si è passati al controesame per gli omicidi. Ha aperto la parte civile Domenico Valletta, patrocinante dei familiari di Scarcia. Un lungo esame dal quale è emersa la personalità violenta, spietata, incapace di sentimenti di Vito Di Emidio. Poi i difensori è stata la volta dei difensori. L’udienza è stata aggiornata al 6 maggio. Saranno escussi vari testi.

Un’ultima cosa. Nel corso dell’interrogatorio Di Emidio ha spiegato che gli uomini che lo controllano, da due anni a questa parte, da quando è stato assegnato ai domiciliari, gli stanno rendendo la vita impossibile. “Ho segnalato tutto alla Dda – ha aggiunto – ma non è stato fatto niente”.

Piero Argentiero

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Vito Di Emidio,   difeso dall’avvocato Manfreda Fiormonte; i i brindisini Cosimo D’Alema, 42 anni, detto Mino Macello (avvocato Paolo D’Amico); Daniele Giglio, 35 anni (avvocato Daniela D’Amuri); Marcello Laneve, 36 anni (avvocato Teresa Gigliotti); Fabio Maggio, 30 anni (avvocato Sergio Luceri); Pasquale Orlando detto Yo Yo, 38 anni (avvocato Marcello Tamburini); Giuseppe Tedesco detto “Capu ti bomba”, 37 anni (avvocato Vito Epifani); Francesco Zantonini, 41 anni (avvocato Alessandro Di Palma) e il mesagnese Cosimo Poci, 54 anni (avvocato Fabio Di Bello).

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